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Economia e Finanza

GIGANOMICS/ La rivincita dei Romiti, il silenzio di Grilli e i giornali “rottamati”

Mentre negli Usa si votava per l’elezione del Presidente, in Italia andava in scena la rivincita dei Romiti. Mentre Grilli pareva titubante su Finmeccanica. Ci spiega tutto GIANNI GAMBAROTTA

Vignetta di Claudio CadeiVignetta di Claudio Cadei

La rivincita dei Romiti. Ieri, 6 novembre 2012, è stata una giornata storica perché l’America è andata alle urne e ha confermato Barack Obama presidente degli Stati Uniti per altri quattro anni. Molto più modestamente qui da noi, nell’angusto e polveroso cortile italiano, è stato il giorno della rivincita della famiglia Romiti. O almeno di una piccola soddisfazione per loro. I Romiti tutti li ricordano. Soprattutto il padre, Cesare, per anni numero uno della Fiat quando la casa torinese era un grande gruppo industriale competitivo e un concentrato di potere che faceva pesare soprattutto in Italia. Finita per raggiunti limiti d’età (65 anni) la sua avventura in corso Marconi, allora il quartier generale del gruppo, si fece dare una congrua liquidazione nella quale era incluso un pacchetto di azioni della Rcs-Corriere della Sera, che gli consentì di diventare presidente della prima casa editrice italiana. Qui fece, come nel suo carattere, il sole e la pioggia, prendendo tutte le decisioni. Una in particolare non gli venne mai perdonata: quella di portare il figlio Maurizio alla carica di amministratore delegato. Un familismo poco apprezzato, soprattutto perché il rampollo, ex dirigente Mediobanca, non aveva dato gran prova di sé quando aveva gestito la holding di partecipazioni Hdp che, nelle sue ambizioni, doveva lanciare la sfida ai grandi francesi del settore lusso. Forse una buona idea, se messa in mano a un manager capace. Gestita da Maurizio fu un flop eclatante.

Trasferitosi, sotto l’ala paterna, alla Rcs il giovane Romiti non fece nulla di notevole. Però avviò la ristrutturazione della sede periferica, quella in via Rizzoli, dove da sempre erano sistemati i periodici e gli uffici centrali della holding. Fece ampliare l’edificio, costruire un’altra ala e una torre che svetta nella squallida skyline di Crescenzago, nord est di Milano. Quel quasi quartiere è stato riempito con gli altri dipendenti del gruppo: la pubblicità, la libri, ecc. Ma ancora ha larga disponibilità di spazi in quanto, nel frattempo, l’editoria è entrata in crisi e gli esuberi di personale si presentano puntuali, immancabili ogni volta che sorge il sole. La parte nobile di RcsMediagroup, cioè i quotidiani Gazzetta dello Sport e soprattutto Corriere della Sera, restano invece sistemati elegantemente in centro, nello storico palazzo di via Solferino. Una parte di questo è già stata sgomberata e messa in vendita, senza però aver trovato finora un compratore. Adesso l’idea del nuovo amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, è di liberare l’intero quadrilatero e metterlo sul mercato come blocco unico. Così da renderlo più appetibile per i possibili acquirenti e da ricavarne una cifra importante, circa 400 milioni. Un bel gruzzolo, indispensabile per rimettere in sesto le finanze ed evitare agli azionisti il fastidio di metter mano al portafogli e sottoscrivere un aumento di capitale a copertura delle perdite.

L’idea, in sé, funziona. Ma urta molte suscettibilità. Si è detto contrario il direttore, Ferruccio de Bortoli, il capo della divisione quotidiani, Giulio Lattanzi, che è stato prontamente sostituito da Alessandro Bompieri. E soprattutto si sono messi di punta i giornalisti che, tramite il comitato di redazione, si sono appellati al Comune (lo stabile di via Solferino è vincolato a usi esclusivamente editoriali) e alle belle arti. Perché questa opposizione così dura? In parte per ragioni storiche, affettive: quel palazzo di via Solferino ha custodito l’ultracentenaria storia del Corriere e sarebbe un delitto disfarsene. In parte fra i giornalisti viene data anche una certa importanza alla posizione nel centro della città: così comoda, facilmente raggiungibile a due passi da Brera e dai suoi caffè e ristoranti. Insomma, si vedrà come andrà a finire questo braccio di ferro. Intanto la cosa rilevante è che questo salvagente immobiliare da 400 milioni è disponibile perché appunto i Romiti fecero costruire quegli immensi palazzi a Crescenzago, considerati da tutti la follia di un megalomane. Quella presunta follia adesso serve. All’epoca Diego Della Valle, azionista di Rcs sempre desideroso di crescere nella casa editrice, definì i Romiti “la famiglia Addams”. E ora grazie agli Addams la prima casa editrice italiana potrebbe trovare il modo di risolvere, almeno momentaneamente, i suoi guai finanziari, senza disturbare gli azionisti.