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FINANZA/ Il risiko greco fa tremare la Germania

Pubblicazione:giovedì 8 novembre 2012

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Parlando di crisi, si fa spesso riferimento al termine “exit strategy”. Mutuata dal lessico militare a cui purtroppo siamo divenuti familiari, in finanza l’espressione indica la possibilità di uscire da un investimento restandone più o meno indenni. Di exit strategy si è parlato molto in questi giorni sui mercati, ancor più perché gli investimenti in questione hanno senz’altro una connotazione nazionale e la tempistica del disinvestimento è stata piuttosto emblematica. Stiamo parlando del disimpegno francese in Grecia, o meglio della vendita nel giro di quarantotto ore delle partecipazioni bancarie di Société Générale e Credit Agricole in Geniki Bank ed Emporiki rispettivamente.

Société Générale aveva acquistato la maggioranza azionaria dell’allora Banca Generale della Grecia nel marzo 2004, rilevando la partecipazione del principale azionista all’epoca, il fondo pensione dell’esercito greco. A seguito dell’investimento il nome dell’Istituto era diventato Geniki, ma nonostante grandi attese - e grandi iniezioni di capitale - l’operazione non era mai decollata per davvero. Tutt’altro: secondo diversi analisti finanziari, per il gruppo al 29 di boulevard Haussman l’espansione nel bancario greco avrebbe generato perdite di circa un miliardo di euro. A queste si aggiunga che il prezzo di vendita (un “simbolico” milione di euro) prevede in aggiunta 281 milioni di ricapitalizzazione ante cessione e 163 milioni di finanziamento, sottoforma di sottoscrizione obbligazionaria, all’acquirente. Quest’ultimo, il fantomatico compratore, cercato un po’ ovunque per mesi, è la Banca del Pireo. Torneremo fra poco su questa compagine greca, prima però un’occhiata alla vendita di Emporiki da parte di Credit Agricole.

Il copione è molto simile. Il 17 ottobre, due giorni prima dell’annuncio di Société Génerale, Credit Agricole ha finalizzato la vendita di Emporiki ad Alpha Bank. Prezzo di vendita: un euro e la promessa di ricapitalizzare per 550 milioni di euro la banca ceduta. A questi si aggiunga, con una formula uguale alla rivale transalpina, la sottoscrizione obbligatoria di un bond da 150 milioni di euro emesso dall’acquirente e l’impegno a tenere aperte le linee di liquidità che al momento della firma la casa madre concedeva alla partecipata ellenica. Il risultato è che al netto dei 700 milioni di nuovo capitale e del bond, Credit Agricole lascia nelle casse di Emporiki un miliardo e mezzo di euro circa. A detta del comunicato stampa, i finanziamenti saranno rimborsati da qui al 2014 grazie alla garanzia di “attivi finanziari di qualità selezionati da Credit Agricole”. In soldoni - è il caso di dirlo - sommando il prezzo di acquisto alle iniezioni di capitale di questi anni più le perdite che l’istituto francese ha dovuto ripianare trimestre dopo trimestre, l’avventura greca sarebbe costata al Credit Agricole la bellezza di 8,7 miliardi di euro.

Non c’è bisogno di mettere mano alla calcolatrice per affermare che l’exit strategy, negoziata in larga parte nelle stanze dell’Eliseo, è costata cara. Ma cosa ha giustificato questa strategia? Quale fretta ha spinto a chiudere e, soprattutto, cosa era in ballo in questa trattativa tra Parigi e Atene?


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