BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GEOFINANZA/ La rivoluzione di Obama lascia "al buio" l’Europa

Pubblicazione:giovedì 8 novembre 2012

Infophoto Infophoto

Tanto più che il mercato del gas non ha un mercato globale regolamentato vero e proprio, è di fatto locale ed è dettato dalle pipelines e dalla loro locazione e proprietà. Nel caso dell’Europa, una sorta di dittatura russa, visto che la sola Germania importa il 36% del suo gas da Mosca, mentre la Polonia il 48%, l’Ungheria il 60%, la Slovacchia il 98% e i paesi del Baltico il 100%. Insomma, Putin ha il potere di aprire e chiudere i rubinetti a suo piacimento. Tornando agli Usa, sono cinquanta i nuovi progetti nell’industria petrolchimica svelati negli ultimi mesi e un blitz di investimenti da 30 miliardi di dollari su etilene e fertilizzanti sta per essere concluso.

In cinque anni, la rivoluzione, forse l’unica realmente compiuta da Obama, come certifica l’American Chemistry Council. Ma non solo. A rivitalizzare l’industria Usa ci ha pensato anche il cosiddetto “Homecoming”, ovvero la ri-delocalizzazione dalla Cina agli States a causa dell’aumento del 16% su base annua degli stipendi dei lavoratori cinesi. Di più, il Dipartimento per l’Energia ha confermato la scorsa settimana che gli Usa produrranno 11,4 milioni di barili al giorno di petrolio, biocarburante e idrocarburi liquidi il prossimo anno, quasi allo stesso livello dell’Arabia Saudita e si pensa che nel 2014 gli Stati Uniti saranno il principale produttore mondiale e raggiungeranno il “sacro Graal” dell’indipendenza energetica prima del 2020.

A incidere positivamente anche la scelta europea e giapponese post-Fukushima di chiudere con il nucleare, mentre la Cina potrebbe tradursi nel cliente migliore visto che con 20 milioni di automobili in più in circolazione ogni anno, servono mediamente 500mila barili in più al giorno. Inoltre, il costo dell’etano - il materiale grezzo per polimeri, fondamentale per costruire oggetti di uso quotidiano - negli Usa è crollato del 70% dal 2008 a oggi, tanto che la Exxon e la Westlake Chemical stanno costruendo nuovi impianti, mentre in Giappone la Mitsubishi sta chiudendo i suoi e la Mitsui pare sulla stessa strada.

Ultima carta nelle mani degli Usa, lo scisto bituminoso, la cui produzione è salita a 2 milioni di barili al giorno dagli zero di soli otto anni fa: a Bakken, in Nord Dakota, già oggi si produce il doppio del petrolio convenzionale che si ottiene dal giacimento di Prudhoe Bay in Alaska. Gli scisti bituminosi sono sedimenti estremamente ricchi di bitume, da cui è poi possibile ottenere petrolio attraverso complessi e costosi procedimenti chimici, resi però profittevoli negli ultimi anni dall’aumento del prezzo del greggio estratto. E l’America è piena di questo nuovo oro nero: gli scisti e le argille bituminose contengono riserve per 2.600 Gbbl, di cui circa 2mila sul solo territorio degli Usa (Green River in Colorado, Uinta Basin nello Utah e Washakie Basin nel Wyoming).


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >