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Economia e Finanza

CONSUMI/ Confcommercio: burocrazia e credito frenano le imprese

Le aziende italiane spendono 36 giorni all'anno per pratiche fiscali, il 76% in più rispetto alla media europea e il 46% in più dei Paesi Ocse

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Le aziende italiane sono penalizzate dalla burocrazia. E' quanto emerge da uno studio dei giovani di Confcommercio reso noto a Venezia in occasione del quinto forum annuale dove è stato presentato il libro bianco dell'associazione secondo cui le aziende italiane spendono 36 giorni all'anno per pratiche fiscali, il 76% in più rispetto alla media europea e il 46% in più dei Paesi Ocse. Gli ambiti su cui si basano le differenze burocratiche spaziano dai tempi delle sentenze, alla lentezza del sistema giudiziario, ai costi eccessivi per avviare un'attività ai 120 adempimenti fiscali necessari in un anno. “Negli ultimi 18 mesi – aggiunge Galimberti – hanno chiuso in Italia oltre 600mila imprese, quasi una al minuto. Occorre cambiare passo e il Governo deve rapidamente avviare misure per passare dalla fase del rigore a quella dello sviluppo”. Bocciati Imu, Irap e aumento dell'iva che pesano sulle imprese: “Occorre ridurre la pressione fiscale su lavoro e impresa – dice ancora Galimberti – perché solo stimolando i consumi e aiutando le aziende è possibile rilanciare l'occupazione e ridare una speranza ai giovani”. Un problema a cui potrebbe dare una risposta il titolare del Dicastero dell'economia, Vittorio Grilli che domani chiuderà i lavori del forum. Nel terzo trimestre di quest'anno solo il 15,7% delle imprese di è rivolto alle banche per un prestito e di queste, solo il 4,9% ha ottenuto finanziamenti: un valore ai minimi dal 2008 che secondo i giovani di Confcommercio testimonia la gravità della crisi. Mentre fra novembre 2011 e giugno 2012 la stretta del credito per le aziende è stata di 32 miliardi di euro, "con lo stock dei prestiti crollato da 1.015 a 983 miliardi di euro". I tassi sui prestiti sono saliti di mezzo punto. Grave la situazione dei consumi che è tornata indietro di almeno quindici anni. “Abbiamo perso quindici anni di benessere”, scandisce ancora Galimberti che aggiunge “Siamo ancora in un periodo di recessione piena. Dopo la fase di rigore, che era necessaria e indispensabile, si deve passare con lo stesso vigore alla fase rivolta alla crescita sostenendo i consumi e le imprese”.