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GIGANOMICS/ Monti e Prodi in corsa per il Colle. E il Pd pensa al suo Governo

Pubblicazione:lunedì 10 dicembre 2012

Vignetta di Claudio Cadei Vignetta di Claudio Cadei

Verso il Colle. Dicono tutti, soprattutto quelli di Rai 3 e della 7 già scesi in campo contro il rientro di Silvio Berlusconi, che Mario Monti dimettendosi dopo il discorso di Angelino Alfano con l’annuncio del non sostegno al governo del professore, ha fatto un gol su contropiede al Cavaliere: ormai, dicono, la responsabilità della crisi, con tutte le conseguenze che potrà avere sui mercati, è del signore di Arcore, sua e soltanto sua; e tutti gli italiani se ne sono accorti. A parte che devo ancora capire l’esatta drammaticità di questa scelta del Pdl che ha anticipato l’appuntamento, l’ora della verità di un mese, mi domando in quale porta il presidente del Consiglio dimissionario avrebbe infilato il pallone. Siamo sicuri che questo contropiede sia finito proprio nella rete difesa da Berlusconi? Mi spiego. Ora molti insistono perché Monti si candidi, si spenda in prima persona per raccogliere quei voti cosiddetti moderati, di quei milioni di italiani che non votano per il centrosinistra, ma sono frastornati dalla rumorosa discesa in campo del Cavaliere e non vogliono più votarlo non potendo dimenticare tutto quanto di negativo ha fatto, a partire dal discredito gettato sull’immagine internazionale dell’Italia. Monti potrebbe calamitare tutti questi voti ora in lista d’attesa nell’astensionismo od orientati verso movimenti di protesta come le 5 stelle di Beppe Brillo. Ma gli conviene fare una scelta di questo tipo?

Inevitabilmente dovrebbe, anche se a modo suo, affrontare una campagna elettorale e mettersi in contrapposizione con gli altri contendenti: con Berlusconi (e forse lo scontro con lui non gli dispiacerebbe), ma anche con Bersani, e qui il discorso si complica. Sì, perché uno degli sbocchi naturali, dei possibili utilizzi di una figura importante del Paese come quella del professore, è individuabile nel Quirinale il cui prossimo inquilino dovrà appunto essere scelto dal nuovo Parlamento appena si sarà insediato dopo le elezioni. Il ruolo del capo dello Stato è cambiato in questi ultimi tempi: causa il vuoto politico creatosi nel Paese, il potere che in passato era delle segreterie, del presidente del consiglio, di altre istituzioni si è in parte trasferito verso il colle, il quale ora gode di un peso materiale molto superiore rispetto a quello assegnatogli formalmente dalla Costituzione. Quel ruolo sembra ritagliato apposta per Monti, soprattutto dopo che si è dimesso perché la sua strana maggioranza era finita e per non diventare un presidente del Consiglio di parte che, giorno dopo giorno, va a mendicare qualche voto in Parlamento per poter governare. Un’operazione che ha confermato il suo marchio di super partes, di tecnico e garante. Condizione che gli consentirà di essere votato appunto alla più alta carica dello Stato con l’appoggio di larga parte del futuro Parlamento, a partire dal Pd. Altrimenti, se Monti dovesse scendere in prima persona nell’agone politico, si troverebbe in contrasto con il partito di Bersani il quale, fin dai giorni delle primarie, sostiene che il prossimo governo dovrà essere politico, e non più tecnico.

Insomma, ecco un bel tema di contrasto: in campagna elettorale Monti sarebbe antitetico rispetto a Berlusconi, certamente, ma anche con Bersani il confronto non sarebbe idilliaco. E a quel punto il Pd, per il Quirinale, tirerebbe fuori altri candidati. Come l’ormai gettonatissimo Romano Prodi, sempre assai silenzioso, ma sempre pronto a inforcare la bicicletta e prendere la strada che porta al colle.


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