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IL CASO/ Così il fallimento di Monti sulle province può diventare una vittoria

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Sommandosi all’eccezione di incostituzionalità sollevata dal Pdl con riguardo al decreto in materia, nonché ad analoghe iniziative imminenti o già assunte in varie sedi, le dimissioni preannunciate sabato scorso dal presidente del Consiglio Mario Monti sembrano aver definitivamente affossato la riforma delle Province, uno dei più maldestri provvedimenti del governo ora al tramonto.

“In quanto a funzioni e  governo politico le Province meritano senza dubbio di venire riformate. Salvo alcuni pochi casi invece il loro accorpamento è soltanto una perdita di tempo, un danno per l’economia e la società nonché uno spreco di denaro pubblico: ovvero l’esatto inverso di quanto pretende il governo Monti, anche in questo caso più che mai ostaggio del peggio della burocrazia ministeriale”. Mi permetto qui di ridire testualmente quanto già scrivevo su queste pagine lo scorso 28 ottobre, poiché da allora a oggi in sintesi non c’è niente da aggiungere, se non che si è perso del tempo (e sarebbe comunque stato meglio non perderlo), ma almeno non c’è stato il tempo per fare altri danni. 

Ciò detto il problema resta, essendo pur vero che le Province meritano di venire riformate, ma va affrontato in ben altri modi. Nell’immediato l’ultima cosa da fare è quella di variarne il territorio. Salvo forse il caso delle minuscole nuove province sarde, cui però a norma della sua speciale autonomia è la Sardegna che deve pensare, e salvo quelle coinvolte nel processo di formazione delle città metropolitane (se mai si faranno), è meglio lasciarle sussistere tutte quante col territorio che hanno. A un risparmio di spesa in tempi brevi e senza sconquassi si potrebbe piuttosto puntare riformulandone le funzioni, e quindi la fiscalità; e riducendo il numero dei membri sia dei loro consigli che delle loro giunte. 

A valle di risparmi possibili in tempi brevi a sistema invariato, si potrebbe e anzi si dovrebbe invece porre mano a una ragionata riforma delle Province, o meglio del livello di governo intermedio tra Comuni e Regioni, che peraltro non è detto sia indispensabile ovunque. Già in Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste la provincia non esiste; e probabilmente non ce n’è bisogno in Umbria e nemmeno nel Molise e in Basilicata. Senza tornare su argomenti già sufficientemente approfonditi nell’articolo più sopra citato, dirò che se si vuol fare davvero una seria riforma del livello di governo intermedio occorre in primo luogo liberarsi dall’idea che il modello della provincia di eredità sabauda, il quale in effetti è un ricalco del dipartimento francese, sia l’unica possibile risposta al problema. Come ogni altra eredità istituzionale della rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica, anche il nostro livello di governo intermedio è segnato dal marchio di una pretesa simmetria, di un’astratta omogeneità e di un’ineludibile assoggettamento amministrativo di ogni porzione di territorio a una città capoluogo. Un modello  più che mai in contrasto con la grande varietà storica, geografica e culturale che caratterizza l’Italia. 


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