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FINANZA/ Ecco i "nemici comuni" di Berlusconi e Monti

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Mario Monti e Silvio Berlusconi (Infophoto)  Mario Monti e Silvio Berlusconi (Infophoto)

A chi gli chiede sviluppo (e l’invocazione arriva sia da destra sia da sinistra), Monti replica: “Ditemi come”. Di ricette ne circolano parecchie, ma nessun dottore della crisi ha trovato il viagra del Pil. Nemmeno Paul Krugman. Per la verità non ha capito bene perché si è dimesso Monti: non per colpa delle sue cure da cavallo, ma per manovre politiche molto più italiane. Tuttavia non ha torto il Nobel per l’economia nel condannare sul suo blog la spirale austerità-depressione evocando gli inutili e dannosi salassi praticati dai medici del medioevo. Purché sia chiaro che l’Italia ha perso la capacità di manovrare il bilancio pubblico perché paralizzata dal debito eccessivo.

Non è questione di sovranità sottratta dall’esterno, il limite è endogeno. Evocare il Giappone non serve a nulla, perché anche la terza economia del mondo è in stagnazione. Con la differenza che ha mantenuto una potenza industriale incomparabile con quella italiana. Forse sarebbe meglio guardare al Belgio che è entrato nell’euro con un debito peggiore di quello italiano e oggi è sotto quota 100% del Pil, senza aver distrutto lo stato sociale.

Monti sostiene che possiamo rimetterci in moto solo con un coordinamento delle politiche economiche nell’area euro. E tuttavia qualcosa di meglio il Governo uscente poteva fare. Il contraddittorio e pasticciato messaggio sulle tasse (lo scambio tra meno Irpef sui redditi bassi e più Iva annunciato da Vittorio Grilli e poi ritirato); i plateali errori sugli esodati; il flop delle liberalizzazioni; la rinuncia a intaccare lo stock di debito; gli annunci senza esito sulla vendita del patrimonio pubblico; il deludente esito della spending review. E stiamo parlando dell’agenda Monti. Poi c’è l’agenda Draghi secondo la quale bisogna spostare l’asse della manovra di bilancio dalle entrate alle uscite, cioè dalle tasse alle spese.

Si può risparmiare di più. Ma quale macelleria sociale! Nessuna persona di buon senso può davvero credere che su 800 miliardi di spesa pubblica, se ne possono ridurre solo otto. La spesa non è solo welfare e servizi sociali. È sistema di potere assistenziale e clientelare. Quello costruito nella prima repubblica ispirata dall’economia sociale di mercato e mai cambiato dalla seconda che inalberava la bandiera liberista. I tagli restano sempre apparenti, come negli anni d’oro del sistema democristiano, cioè riduzioni degli impegni di spesa non delle erogazioni effettive. Il grande imbroglio è proprio in questo meccanismo che nessuno ha avuto il coraggio di cambiare.


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