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LETTERA/ 2. 10 spunti per il Monti-bis

Pubblicazione:giovedì 13 dicembre 2012

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2) La riforma Fornero - non ce ne voglia il professor Forte - ha cambiato le cose nel mercato del lavoro italiano più di quanto abbia fatto l’abolizione della scala mobile negli anni ‘80. La Cgil ha preso di mira il ministro del Welfare non diversamente da quanto abbia fatto (culturalmente, moralmente) con Marco Biagi. Il Governo (tecnico) ha allentato le formulazioni originarie solo su pressioni concentriche delle Parti sociali, appoggiate dalla larga coalizione parlamentare. La vicenda degli esodati - al limite sostanziale del paradosso - ha mostrato la durezza, non la debolezza dell’esecutivo. L’articolo 18 ha 42 anni ed è stato creato dal ‘69 sindacale: un pezzo di storia del Paese, così come la Fiat lo è da quasi un secolo, da quando cominciò a costruire camion e armi per la grande guerra. Non era compito del “Monti 1” affrontare questi dossier strategici: sarebbe invece interessante vedere all’opera un “Monti-2” con una vera base parlamentare fedele all’“economia sociale di mercato” dell’Europa continentale. E sarebbe altrettanto interessante osservare un Monti “politico” trattare con Marchionne

3) La Cassa depositi e prestiti sta diventando una “nuova Mediobanca”, non una “nuova Iri”: ed è merito di Monti aver resistito alle pressioni di quei “capitalisti senza capitali” che vorrebbero che la Cdp restasse un carrozzone statale privo di strategie, senza azionisti come le Fondazioni. Conoscendo il professor Forte siamo certi che anche a lui non è piaciuta la parabola di Telecom (dagli Agnelli, a Colannino, a Tronchetti, a Mediobanca-Generali Telefonica). Se la Cdp rientra in gioco per la rete è perché la Telecom privata è passata di disastro in disastro e non può investire in una rete di nuova generazione, che invece è un asset-Paese. La Snam è stata sganciata dall’Eni per liberalizzare il settore dell’energia: non è colpa del governo Monti o della Cdp se non ci sono alternative per ricomporre la proprietà in modo equilibrato sul mercato. Il Ponte sullo Stretto, è vero, sarebbe un volano anche simbolico, come l’autostrada del Sole negli anni del boom: ma l’euro-austerity non ha lasciato alcun margine a Monti, che solo nelle ultime settimane ha potuto cominciare a battere aree come il Golfo persico, popolate di ricchissimi investitori sovrani.

4) A proposito di capitali internazionali: siamo convinti che a Monti (già chief economist della Comit, dietro Piazza Affari) la Tobin tax non piaccia. Ma nell’ultimo anno la tassa anti-speculazone è stata il feticcio mediatico - prima ancora che politico o tecnico - dell’Europa franco-tedesca: alle opinioni pubbliche tuttora inferocite contro “i banchieri” bisognava dare in pasto qualche simulacro di sanzione, a maggior ragione quando la ri-regolazione continua a languire. E per la diplomazia economica italiana non c’è spazio, oggi, per i “distinguo”.

5) Forte qui ci trova sostanzialmente d’accordo: la spending review è il vero insuccesso del governo Monti. E non è stata una grande idea affidarne l’elaborazione a un ultra-liberista ideologico come Francesco Giavazzi e la possibile realizzazione a un vecchio ristrutturatore aziendale della scuola di Enrico Cuccia.

6-7) Professor Forte, come lei ben sottolinea avendo fatto il ministro delle Finanze, il problema non è com’è fatto il redditometro: è come combattere l’evasione fiscale. Anzi: come assicurare una normalità fiscale minima al Paese. Il suo conterraneo - e vecchio compagno di fede socialista - Giulio Tremonti ha governato le entrate (e poi anche le uscite) dello Stato per oltre la metà degli ultimi diciotto anni: abbiamo l’impressione che si debba chiedere a lui, non a Monti, come e perché siamo finiti in un incontrovertibile stato di polizia tributaria per gestire un debito/Pil altrettanto incontrovertibilmente insostenibile.


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