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GIGANOMICS/ Bersani "pugnala" Vendola e il Corriere evita lo "sfratto"

Pubblicazione:venerdì 14 dicembre 2012

Nostalgia dei boiardi. Ancora una volta Alberto Gagliardi, che è stato dirigente per anni di imprese delle partecipazioni statali, scrive a Giganomics sul tema della presenza pubblica in economia. Ecco la sua lettera.

«Credo che un confronto sulle privatizzazioni sarebbe salutare anche per fornire qualche piccolissimo suggerimento sulla questione di fondo per cui nessuno degli ultimi governi italiani è riuscito, non solo a dare soluzioni, ma neanche a ipotizzarle: come far ripartire la crescita di un Paese privo ormai di grandi imprese produttive dopo la “privatizzazione” (con annesse svendite a competitori stranieri) a mio avviso inutile (e oggi dannosa) delle industrie a partecipazione statale e il declino dei “padroni del vapore”, i quali sono sempre più tesi solo all’utile di bottega. Se il Novecento italiano ha visto l’affermarsi dello ”Stato imprenditore” ciò è dovuto anche alla pesante inadeguatezza al rischio, all’innovazione e alla fragilità finanziaria delle famiglie del nostro capitalismo. Se all’inizio del secolo scorso i governi liberali furono convinti fautori dell’intervento pubblico nell’economia non penso ciò sia dipeso dal predominio di ideologie stataliste: la nazionalizzazione delle ferrovie, la costituzione dell’Istituto nazionale assicurazioni e del Crediop furono dettate da una sorta di pragmatismo politico in un clima economico certamente non segnato dal pluralismo e dalla concorrenza, ma dal protezionismo.

Così come negli anni Trenta lo Stato italiano fu costretto a intervenire con l’Iri per impedire il dissesto del nostro sistema bancario e industriale a seguito anche del tracollo finanziario “privato” di Wall Street. Supplenza confermatasi nel secondo dopoguerra quando i grandi gruppi imprenditoriali dell’epoca confermarono le loro incapacità di tenuta rispetto alla necessità del rilancio economico e della ricostruzione del Paese. In realtà, la modernizzazione e l’emancipazione dell’Italia si deve principalmente all’Iri e all’Eni, in parte all’Enel, anche come leva per migliaia di piccoli e piccolissimi imprenditori privati, non certo all’Efim, ma neppure ai grandi capitalisti, come analizzano benissimo nei loro libri Massimo Mucchetti in “Licenziare i padroni?” e Gianni Dragoni in “Capitani coraggiosi”. Non credo che l’Italia, alla metà degli anni ‘80, potesse essere annoverata solo per propaganda fra le grandi potenze industriali del pianeta, dopo Usa, Giappone, Germania e Francia, ma davanti agli inglesi, senza l’apporto determinante che negli anni precedenti aveva fornito l’impresa a partecipazione statale (straordinaria esportatrice di tecnologia), la quale era spesso dovuta intervenire in soccorso dei privati falliti, persino nel caso dei produttori dei panettoni Motta e Alemagna.

Purtroppo l’obbiettivo di troppi industriali, a cominciare dalla Fiat, è stato la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti tirando sfarzosamente a campare. Certo uno sport ostentato anche da moltissimi “boiardi” di Stato come ha certificato ”Mani pulite”, ma il prodotto finale per il Paese non è cambiato. Qual è stato il risultato delle privatizzazioni? Veri e propri regali. Riduzione del debito pubblico? Zero. Aumento delle liberalizzazioni? Zero. Dove lo Stato guadagnava il privato italiano guadagna senza alcun controllo reale (autostrade, telefonia, alimentare, servizi, alta tecnologia). Purtroppo non c’è notizia di aziende pubbliche risanate e rilanciate dal privato. Spero qualcuno non voglia avanzare il caso Riva. Le cose sono andate ancora meglio per i gruppi multinazionali.

Abbandonata la competizione industriale i nostri imprenditori vorrebbero “arditamente” lanciarsi nella tranquilla gestione dei servizi pubblici e nella loro finanziarizzazione borsistica. Tutti abbiamo sotto gli occhi il fallimento della gestione clientelare di molte aziende municipali. Resta il problema che l’obbiettivo di molti servizi pubblici essenziali, a partire dall’erogazione dell’acqua, non può essere il profitto, ma il miglior prodotto possibile al cittadino-utente al minor costo possibile per lui. Se affidati ai privati chi garantirebbe il controllo democratico di questi servizi?».

 

giganomics.it@gmail.com

 

 



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