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IL CASO/ 1. L’autogol che condanna i ricchi alla povertà

Pubblicazione:domenica 16 dicembre 2012

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Giustappunto il reddito, quando invece quello erogato non consente più di acquistare quanto prodotto, si svaluta il valore di quella merce, si brucia ricchezza, non si riproduce, meno occupazione, ancor meno reddito. Questi i fatti. Così siamo giunti all’oggi. In quest’oggi se si vuol fare come fan tutti, soffrire per chi soffre, non si fa quel che si deve per riparare il guasto. Già, il guasto, questa crisi mostra come ci siano in giro quelli che non ne hanno per fare la spesa e quelli del ceto alto che non hanno speso i guadagni per retribuire adeguatamente il lavoro, manco per fare investimenti in capitale per l’impresa e financo quelli che non spendendo tutto riescono a mettere i soldi al pizzo. Questo quel che accade.

Orbene, se chi vuole spendere non può e chi può non spende il meccanismo produttivo va in stallo. Già perché io, non keynesiano, con Keynes dico: “La mia spesa è il vostro reddito”; e se non posso spendere mancherà quel reddito a tutti; quelli dalla bassa propensione a spendere avranno meno profitti, dovranno estrarre dal pizzo i loro risparmi. Sì, insomma, prima o poi non ci sarà posto in paradiso per nessuno, manco per i ricchi.

Cosa s’ha da fa’ per rimediare al torto economico? Beh, occorre porre rimedio a quest’improduttiva allocazione delle risorse economiche che ha mal remunerato chi vende e chi deve acquistare e tra chi, acquistando, spende tutto e chi spende meno. Dare, insomma, a Cesare quel ch’è di Cesare, se si vuol tornare a crescere: altro che ingiustizia sociale.



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