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LEGGE DI STABILITA’/ Rossi (Ibl): un’occasione persa per "cambiare" le tasse

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LEGGE DI STABILITA' AL SENATO E’ incerta la sorte della legge di stabilità dopo che, ieri, in Senato, il Pdl ha chiesto più tempo per esaminarne il testo definitivo. Un atteggiamento, in realtà, motivato, secondo il Pd, da mere ragioni elettorali: il provvedimento sarà l’ultimo a essere approvato prima della fine della legislatura. L’ultimo, almeno, di portata rilevante, al quale Monti ha legato le sue dimissioni. Ritardarne il varo comporta procrastinare la data delle elezioni. Il che consentirebbe a Silvio Berlusconi di poter imperversare in televisione fuori dal regime di par condicio, guadagnando così giorni di campagna elettorale a tutti gli effetti. Quel che è certo, invece, è che, al di là di quando vedrà la luce, il testo licenziato dalla commissione Bilancio del Senato, che introduce svariate novità quali l’incremento dei fondi destinati agli enti locali (1,4 mld) o l’aumento delle risorse per i malati di Sla, dovrebbe essere definitivo. IlSussidiario.net ha chiesto a Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e componente della commissione, come giudica l’insieme delle nuove norme. «I nuovi provvedimenti  - spiega  sono parecchi, ma, sostanzialmente, non incidono in maniera significativa sulla legge, non ne modificano l’impianto strutturale di fondo. Si tratta di aggiustamenti al margine che di solito vengono sempre approntati». Secondo il senatore, si è persa un’importante occasione per contribuire a una virata positiva degli assetti economici del nostro Paese. «La primissima versione della legge di stabilità aveva una logica ben precisa. Era centrata, infatti, sull’ipotesi di spostare risorse dall’imposizione diretta all’Iva. Dalle persone fisiche alle cose. Era stato previsto, infatti, un abbattimento dell’Irpef, per alcune fasce di reddito, e per moltissimi contribuenti, attraverso l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto. Via via, tale spirito è andato perduto, e non è stato sostituito da un altro altrettanto marcato».

Il cambiamento  di impostazione non è dipeso da ragioni ideologiche. «Semplicemente, si è deciso di operare in altra maniera. Sgravando, ad esempio, i salari di produttività, e utilizzando le risorse già stanziate in molte direzioni; un classico delle finanziarie. Temo, tuttavia, che distribuendo  poche risorse a più soggetti, l’effetto concreto risulterà piuttosto insignificante». L’impostazione iniziale, invece, avrebbe prodotto dei risultati fondamentali. «Spostare il peso dall’imposizione diretta a quella indiretta è un modo, per esempio, per agevolare l’attività delle imprese esportatrici. E per avvicinarci alle pratiche e agli standard fiscali europei».


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