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GIGANOMICS/ Banche e derivati: la profezia dei Maya colpisce la finanza

Pubblicazione:giovedì 20 dicembre 2012

Vignetta di Claudio Cadei Vignetta di Claudio Cadei

I maya e le banche. Eduardo De Filippo diceva che essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male. Ci avranno pensato ieri le grandi banche internazionali, avendo vissuto una giornata che assomiglia molto a quel 21 dicembre (ahi! È domani) per il quale è prevista la fine del mondo. A Milano quattro di loro sono finite nei guai per i famosi derivati fatti comprare al Comune di Milano nel 2005. Per quell’operazione, ieri, il giudice Oscar Magi ha sanzionato le tedesche Depfa e Deutsche Bank, la svizzera Ubs, e l’americana JP Morgan con una multa di un milione di euro ciascuna e deciso il sequestro di beni per 88 milioni di euro; inoltre, ha condannato a pene detentive varianti fra i sei mesi e i tre anni, nove dirigenti di quegli stessi istituti. Le quattro big del credito hanno subito annunciato appello contro una sentenza definita inspiegabile. Parere opposto ha espresso invece il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, responsabile dell’inchiesta che ha portato al giudizio: “Si tratta di una sentenza storica - ha detto - che potrà cambiare il modo di agire di tutte le banche”. Per la stessa vicenda, il Comune di Milano aveva già concordato in sede civile un risarcimento di circa 400 milioni di euro.

Tutta la storia, come detto, risale al 2005 quando a palazzo Marino c’era una giunta di centrodestra guidata dal sindaco Gabriele Albertini. Il Comune, come sempre in affanno finanziario, stipulò con le quattro banche i contratti derivati, prodotti frutto della fantasia degli ingegneri finanziari con una particolarità: si presentano, all’inizio, come molto vantaggiosi, ma con il passare del tempo rivelano i loro reali costi, occulti, che lievitano inesorabilmente, schiacciando il debitore. Sono insomma appetibili, ma tossici. Attirano gli enti locali perché con questi strumenti possono, teoricamente, indebitarsi a condizioni ragionevoli all’inizio del contratto, scaricando gli oneri sui bilanci degli anni successivi. Vale a dire, sulle amministrazioni che seguiranno. Rappresentano dunque una grande tentazione per i politici al potere che raccolgono soldi, li possono spendere facendo bella figura con gli elettori, e mandano il conto a quelli che prenderanno il loro posto. Chi vivrà, vedrà. Proprio a metà degli anni 2000 l’Italia è diventata una sorta di Eldorado, di terra promessa per le grandi banche internazionali diventate abilissime a usare il giocattolino dei derivati. Li hanno piazzati a Comuni grandi e piccoli, a enti, persino a un convento di frati. Ognuna di loro aveva creato un gruppo, un team esperto proprio in questo settore che funzionava a pieno ritmo, producendo commissioni da nababbi. Tutto è andato bene finché, allo scadere dei primi contratti, i debitori si sono accorti che il conto era molto più salato di quanto avessero previsto. Le banche, le stesse, hanno offerto di nuovo i loro servigi, ma anche questa volta nascondevano una pozione avvelenata: si trattava di altri derivati, ancora più onerosi. Il bengodi per le banche, l’infermo per i Comuni e gli altri malcapitati.


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