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Economia e Finanza

IL CASO/ Sapelli: Usa-Europa, la "guerra" ha già un vincitore

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Hanno firmato un trattato militare con l’Australia un anno fa circa, che sancisce l’accordo per il mercato unico più grande del mondo: il Trans Pacific Pact, che unisce le nazioni rivierasche del Pacifico dal sud-est e dal far-est da un lato e dal Cile al Perù al Mexico al Canada dall’altro: miliardi di lavoratori e di consumatori. Nota importante: la Cina ne è esclusa e il Vietnam,  suo nemico storico, ne è incluso: suonano venti di crescita ma anche di una nuova guerra fredda cino-nord americana nel contesto di un deciso e inarrestabile spostamento dell’asse della crescita mondiale verso il Pacifico tutto intero, sino all’Oceania.

In questo contesto, l’Europa continua a essere un gigante economico, è vero. Ma con i piedi di argilla. La decrescita continua a prodursi: i mercati interni continuano a restringersi per un colossale spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale, aggravato dalle controriforme  liberiste antipopolari del mercato del lavoro foriere di disoccupazione e non di occupazione, per lo più frutto della stessa sinistra politica e troppo spesso appoggiate da un sindacato subalterno. Crollano gli investimenti e la  Bce, creata su modello della Bundesbank e non della Fed - ossia un banca federale per un continente federale, che potesse quindi agire per governare diversi tassi  di produttività e diversi deficit commerciali -, non può opporsi come dovrebbe all’egemonia deflazionistica tedesca.

Tale politica, dettata da fondamentalismo ideologico che fa un feticcio del debito pubblico,  uccide la crescita e lo sviluppo europeo. Lo spreco pubblico non va confuso con la spesa pubblica che, unitamente all’economia comunitaria e sussidiaria, è oggi l’unico modo per incentivare il rilancio degli investimenti e dell’occupazione. Se così non si farà l’Europa diverrà una stella cadente e di ciò i primi a pagare il prezzo saranno i lavoratori.

Questo declino  dell’Europa, nano politico, per via egemonica teutonica, si riflette nell’assenza di ruolo dell’Europa dinanzi alle tragedie mediterranee, alla sua assenza diplomatica mondiale, alla caduta della sua vita culturale, umanistica, che è stata sempre, come ci insegna il Sommo Pontefice, il cuore dell’Europa. Solo riformando la rappresentanza europea, ossia dando potere al Parlamento e non alla Commissione non eletta, che blocca tutte le leggi votate che non siano copie delle sue direttive, si potrà invertire la marcia e pensare a una Europa della crescita e dello sviluppo.

In questa luce occorre anche ripensare a una riforma delle istituzioni di rappresentanza europea in cui trovino posto anche il  lavoro organizzato e quindi le forze sindacali, ridisegnando il profilo di un continente federale e solidale che realizzi il sogno degli Stati Uniti d’Europa con una forte valenza sociale.

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