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FINANZA/ Addio euro, ecco la nuova moneta che può salvare l’Italia

Pubblicazione:sabato 22 dicembre 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 22 dicembre 2012, 13.35

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Le implicazioni della messa in comune della sovranità politica (o di una parte della stessa) consistono nel principio della “democraticità” e nel modo in cui la stessa deve essere intesa. La “democrazia” è uno dei valori fondanti dell’Unione (art. 2 Tue, Lisbona). L’espressione deve essere interpretata in conformità al significato accolto dalla costituzione degli Stati membri. In concreto, “democrazia”, ferma la garanzia della più ampia ed effettiva libertà individuale, comporta che vi sia almeno un organo, individuale o collettivo, detentore dei poteri politici di ultima istanza, che tragga la sua legittimazione da un’elezione da parte di un corpo elettorale, al quale partecipino tutti i cittadini del gruppo dei paesi che decidono di integrarsi, in posizione di eguaglianza, e che manifesti la propria volontà in una medesima occasione e sulla base di un’unica legge elettorale. Se questo principio non è accolto (e i Trattati Ue e Lisbona non vi si uniformano) vige la regola della “attribuzione”, per effetto della quale l’Unione e per essa gli organi specificamente prestabiliti, agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che sono attribuite nei Trattati dagli Stati membri per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti (art. 5 Tue, Lisbona).

 

Perché tutta questa premessa?

 

Se la si tiene ferma si comprende la differenza tra l’euro e tutte le altre monete. Dal modo in cui la moneta viene gestita dipende la sua affidabilità sui mercati. Per tutte le monete la gestione è affidata a due organi, tenuti a operare in modo coordinato, l’uno, la Banca Centrale del Paese, competente per gli aspetti monetarie e valutari, l’altro, il Governo, che copre tutte le altre aree della convivenza. I poteri del governo sono “politici”, quelli della Banca centrale sono di una discrezionalità latissima, prossima alla politica. La gestione dell’euro si differenzia perché manca del tutto l’organo politico.

 

Ma c’è la Banca centrale europea.

 

Essa è vincolata a un obiettivo prioritario, quello della stabilità dei prezzi. Sostanzialmente il suo potere è assimilabile più a un potere lato, ma tecnico, che a un potere di lata discrezionalità. L’affidabilità dell’euro poggia su una norma rigida. Quindi dell’adeguatezza della stessa e della sua certezza. Non è la stessa cosa se la norma fissa il limite dell’indebitamento al 3% o allo 0% e se la norma viene osservata con scrupolo ed esattezza ovvero se può essere variata persino in modo arbitrario, da organi privi di legittimazione dominante. Riflessioni di questo tipo sono normalmente trascurate, ma sono essenziali per decidere cosa convenga fare. Se si rimanesse nell’ambito delle discipline attuali, la prognosi sui destini dei paesi singoli, compreso il nostro, che già si trovano in difficoltà, e indirettamente dell’area euro nel suo complesso, non può essere che la più pessimistica.

 

Cosa vuol dire questo?

 

Il ritorno al regime della legalità con definitivo abbandono del vincolo del bilancio in pareggio non sarebbe più sufficiente per venire fuori dalle difficoltà. Sarebbe necessaria una crescita tale che offra margini per rianimare le economie destrutturate dalle costrizioni imposte negli anni trascorsi, che sono state per 15 anni quelle del pareggio del bilancio, per i 6 anni antecedenti quelle della convergenza. Fattori produttivi, nel passato esistenti od operanti, sono andati distrutti o dispersi. Sono quantificabili sulla base dei numeri delle imprese che hanno smesso l’attività, dei disoccupati, degli emigrati, degli abbandoni scolastici, e così via.

 

L’Europa quindi così com’è non funziona.


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