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FINANZA/ Addio euro, ecco la nuova moneta che può salvare l’Italia

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Si parte oggi non da condizioni fisiologiche, ma da uno stato degradato, con un debito pubblico che per gli Stati più complessi, compresi quelli in migliori condizioni, supera di 20 punti e più il limite del 60%. Ogni Stato dovrebbe realizzare, all’inizio del nuovo corso, un ritmo durevole di crescita che, escluso ogni maggior carico dovuto a manovre dei mercati finanziari, garantisca il pagamento di tutti gli interessi conseguenti al più elevato debito e offra un ulteriore margine di almeno il 2%. Obiettivo poco credibile.

 

Eppure sono stati studiati diversi strumenti contro la crisi: Super-Bce, Fondo Salva-Stati, Programma Omt...

 

Tutte queste misure, quand’anche per una parte si sostituissero i prestiti con donazioni, avrebbero effetto procrastinante (un equivalente dell’accanimento terapeutico), non risolutivo. In quest’ottica il ripristino della legalità (art. 126 Tfue in luogo del Fiscal Compact o di altre misure simili) costituirebbe un necessario primo passo. Una misura che nel 1999 avrebbe consentito agli Stati ammessi all’euro di riprendersi dalle costrizioni della fase della convergenza. Oggi, non più sufficiente.

 

Ma oggi come oggi si può tornare indietro?

 

Bisogna prepararsi a uscire dall’euro e riacquistare la sovranità monetaria. Dovrebbe essere concordato il cambio tra la riacquistata moneta e l’euro. Le condizioni non potrebbero essere le stesse del 1999. Se i paesi si vedono costretti ad abbandonare l’euro è perché l’euro non ha mantenuto le sue promesse. Di più, sono state commesse gravi violazioni dei Trattati. Si dovrebbe partire dalle condizioni del 1992, anteriori alla fase della convergenza, non da quelle del 1999.

 

Sbaglia chi ritiene che uscire dall'euro sarebbe più dannoso che restarci? Non ci sarebbero danni nel lasciare la moneta unica?

 

Anche assumendo un cambio favorevole con l’euro, l’esercizio solitario della sovranità monetaria esporrebbe a rischi uno Stato a economia di mercato con una popolazione che si aggiri sui sessanta milioni di unità. Lo dimostra l’esperienza dei due decenni dal 1970 al 1990. Il mercato internazionale ha oggi assunto una dimensione globale. Vi operano Stati con popolazioni superiori a un miliardo e operatori finanziari, compresi fondi sovrani, che anche singolarmente dispongono di potere finanziario pari o superiore a quello di uno Stato di media dimensione.

 

Cosa si può fare allora?

 

Le difficoltà che ho appena esposto sono superabili solo mettendo in comune la sovranità monetaria. Il che comporta una messa in comune anche di una quota della sovranità politica. Un risultato che, a un livello corrispondente a quello del mercato comune, appare prematuro. Il Federalismo politico, propugnato da Altiero Spinelli, in cui favore si erano in precedenza già espressi Luigi Einaudi e Don Sturzo, per decenni è rimasto un tabù. Un obiettivo tuttora utopistico se si pensa a tutti i 27 Stati che compongono l’Unione. Che diventa verosimile se si ha riguardo agli Stati euro-mediterranei, con una popolazione aggregabile intorno ai 200 milioni di abitanti. Similarità di condizioni, lunghi tratti di storia secolare vissuti in comune, preminenze politiche e culturali riconoscibili potrebbero agevolare la soluzione.

 

Si tratta quindi di creare una nuova unione monetaria?