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GEOFINANZA/ Il "mal francese" che mette a rischio Europa e Italia

Francois Hollande (Infophoto) Francois Hollande (Infophoto)

Il quadro, non certo roseo, tracciato da Gallois è sostanzialmente condiviso dagli economisti del Cesifo di Monaco: i principali indicatori (Pil, occupazione, export) suggeriscono che la Francia sta entrando in un rallentamento e in una recessione strutturale (non congiunturale) di cui l’opinione pubblica (che accusa ancora la “bolla immobiliare” americana di cinque anni fa) non vuole rendersi conto. Lars P. Feld, professore all’Università di Friburgo e consigliere del Cancelliere, ci dice: «Se la Francia non riesce a gestire il pericolo di una perdita progressiva di competitività, minaccia di diventare “il grande ammalato d’Europa”, un “ammalato” più pericoloso dell’Italia (per la tenuta dell’euro, ndr) a ragione e delle proprie dimensioni e del proprio ruolo nella creazione dell’unione monetaria».

In altri termini, se il “mal francese” non viene curato rapidamente ed efficacemente , l’area dell’euro è a serio rischio. Al Fondo monetario internazionale (il cui Managing Director è francese) si sottolinea che la sfera del settore pubblico (56% del Pil) deve fare rapidamente marcia indietro, aggiungendo che i paesi nordici (Danimarca, Finlandia) che hanno un intervento dello Stato (e degli enti locali) così pervasivo hanno popolazioni e demografia ben diverse da quelle della Francia, un’industria altamente tecnologica e un comparto agricolo ormai marginale e tenuto in piedi principalmente per fini ambientali.

Interessante la diagnosi di Pascal Lamy, da sempre iscritto al Partito socialista e ora Direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio: «In Francia, pochi capiscono il funzionamento del mercato e che “competitività” non è una parolaccia; ancora di meno sono quelli che credono che la creazione di valore è la funzione primaria di un’azienda». In effetti, sposato da 45 anni con una francese proveniente da una Provincia (la Borgogna) benestante grazie alla politica agricola comune europea, non posso che condividere le affermazioni di Lamy.

In Francia l’intervento pubblico è pervasivo sin dai tempi di Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV. Non è “impiccione” e “pasticcione” - come in un libro del lontano 1976 Giuliano Amato definì quello italiano -, ma nella sua razionalità ed efficacia può fare più danni all’economia di quello nostrano: “impicci” e “pasticci” lasciano spazi che la ben addestrata tecnocrazia francese non permette. È arduo pensare in Francia a privatizzazioni e liberalizzazioni, magari “impiccione” e “pasticcione” come quelle effettuate in Italia nell’ultimo quarto di secolo. Al contrario, mentre il “Rapporto Gallois” veniva filtrato alla stampa, una delle maggiori banche veniva nazionalizzata e si minacciava l’intervento pubblico in un’industria siderurgica ormai appartenente all’archeologia del settore.

L’Italia non deve rallegrarsi del “mal francese”. Se con l’aggravarsi della situazione i Francia si smotta l’eurozona, noi siamo tra le vittime designate.

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