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SPILLO/ Ecco i "nemici" dell’Italia che aspettano il nuovo governo

Pubblicazione:mercoledì 26 dicembre 2012 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 26 dicembre 2012, 10.42

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Bisogna dunque sperare che a settembre vincano i socialdemocratici a Berlino? E che ascoltino i consigli di Hollande o di un Bersani a palazzo Chigi? Forse la Germania sarà governata di nuovo da una grande coalizione, ma non cambierà linea se non sarà messa con le spalle al muro. L’unico a poterlo fare è Obama, quando riuscirà a venire a capo dalla confusa opposizione repubblicana. Dunque, l’Europa resta lastricata di trappole. Il che impone un governo forte, autorevole e una maggioranza ampia.

In quel governo non ci sarà “il partito della borghesia”. Avrebbe contribuito a fare chiarezza, ma non siamo il Paese di Cartesio. E la borghesia qui è debole, divisa, tutta protesa a perseguire il proprio particolare e a tradire l’interesse generale. Aggregarla attorno a un progetto politico è il sogno di un secolo. Ci provò Gino Olivetti (direttore della Confindustria di allora) appoggiato (tiepidamente) da Giovanni Agnelli. Ma prevalse la vecchia politica e pavimentò la strada per la marcia su Roma. Torna nel secondo dopoguerra con Ugo La Malfa. Monti s’è fatto tentare, ma è prevalso in lui lo scetticismo di chi conosce la storia e il capitalismo italiano. I borghesi si muoveranno in ordine sparso, un po’ qui un po’ là in formazioni politiche interclassiste.

Chi sarà l’arbitro degli equilibri politici? Difficile che il 25 febbraio emerga dalle urne una vittoria tanto netta da garantire la governabilità, il cambiamento, le riforme. Come nel gioco dell’oca siamo tornati alla casella di partenza: Pd contro Pdl, Bersani e Berlusconi più i sette nani, qualcuno più grande, stagionato e saggio, qualcuno molto meno, ma tutti piccoli: Sel, Udc, Beppe Grillo, i magistrati, la Lega, Italia futura, la destra di Storace. I due maggiori partiti da soli non ce la faranno, quindi la legislatura nasce già claudicante.

La pausa sui mercati offre un’occasione d’oro, però adesso abbiamo davanti a noi 4-5 mesi vuoti di scelte significative. Le elezioni ci vogliono, sia chiaro. Ma fuori d’Italia pochi sono disposti ad aspettare. I commenti sui media che muovono i mercati (Financial TimesWall Street Journal,Bloomberg) parlano chiaro. Oggi nessuno specula contro l’euro, né contro il debito sovrano dell’Italia. Tutti hanno paura che Mario Draghi faccia seguire alle minacce gli atti e imbracci davvero il bazooka (l’acquisto incondizionato dei titoli pubblici, sia pur sotto condizione). Ma quanto potrà durare la sola “moral suasion”? Perché i fondamentali italiani e spagnoli non sono affatto a posto. La recessione è più pesante del previsto e spinge in alto automaticamente il debito pubblico.

Il nuovo governo, allora, dovrà chiedere aiuto alla Bce? Secondo alcuni, era meglio farlo prima, sarebbe stato un buon lascito dei tecnici ai successori. Monti ha giocato la carta dell’orgoglio: ce la facciamo da soli. E lo stesso ha detto Mariano Rajoy. Entrambi, due uomini prudenti e spesso amletici, hanno fatto appello al sentimento non alla ragione. Invece, è sempre meglio anticipare gli eventi e mettersi al sicuro. Le scelte più rilevanti vanno compiute subito. Meglio non ripetere gli errori commessi da Berlusconi nel 2001 con le tasse, da Prodi nel 2006 con il tesoretto della crescita, da Berlusconi ancora nel 2008 con il rigore. Cavare il dente e ripartire. Lo farà Bersani? No. E Berlusconi? Nemmeno. L’Italia sarà trascinata da una nuova tempesta, più o meno perfetta? Allora saranno davvero guai.


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