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FINANZA/ C'è un "fiscal cliff" che minaccia (anche) l’Italia

Mario Monti e Barack Obama (Infophoto) Mario Monti e Barack Obama (Infophoto)

Categorie difficili da applicare in un Paese come l’Italia ove, tentati dalle soluzioni più populiste, destra e sinistra spesso esondano in campo altrui. Ma la sostanza resta la stessa: l’Occidente, ovunque oppresso dal debito (vuoi del sistema pubblico, vuoi di imprese o famiglie), cerca di far fronte all’emergenza con il ricorso alle ricette ritenute meno invasive e dolorose per il proprio elettorato. Una preoccupazione legittima, per carità, ma che rischia di non cogliere la complessità del quadro che abbiamo di fronte.

Inutile farsi illusioni: l’Occidente, come ci spiega Niall Ferguson in “Occidente”, un’opera di un paio di anni fa ma appena tradotta in italiano, fronteggia da tempo pressioni strutturali destinate ad accentuarsi nei prossimi anni. L’invecchiamento dell’Occidente, in particolare, ha appena cominciato a farsi sentire. Nella seconda metà del decennio l’onda grigia dei figli del Baby Boom del dopoguerra diventerà ancora più potente e premerà su tutti i sistemi previdenziali e sanitari più di oggi. Il risultato? I conti pubblici resteranno sotto controllo solo con una sgradevole miscela di tagli allo stato sociale, pressione fiscale in costante aumento e monetizzazione del debito a perdita d’occhio.

Questo cocktail è destinato ad accompagnarci per molti anni. Nessuno possiede bacchetta magiche per evitare questa stretta. Certo, l’azione delle banche centrali contribuirà a render meno amara (o meglio, meno evidente) la malattia. Sia la Fed che la Bce, infatti, hanno ormai adottato la formula della “fiscal repression”: ci aspettano anni di tassi nominali bassi, inferiori all’inflazione (che prima o poi ripartirà) e alla crescita del Pil, quando si tornerà a crescere. In questo modo gli Stati indebitati potranno spalmare parte del loro debito sulle spalle dei risparmiatori e/o degli iscritti ai fondi pensione senza che le “vittime” se ne rendano conto.

I tassi d’interesse verranno così mantenuti rigorosamente sotto l’inflazione. Le banche centrali continueranno ad accumulare titoli pubblici. Per qualche tempo manterranno la finzione che questi acquisti siano temporanei. Ma questa terapia non basterà, ripetono in coro Ben Bernanke e Mario Draghi, se la politica non si assumerà le proprie responsabilità. In assenza di un’inversione di rotta, in Europa il debito pubblico continuerà a crescere. Scenderà però il costo degli interessi, perché la Bce interverrà ogni volta che sarà necessario. Come è già avvenuto in Giappone e in America, i compratori di titoli di stato si troveranno in mano la carta di un emittente sempre più indebitato che paga un interesse sempre più piccolo. L’economia europea a un certo punto si stabilizzerà, ma la disoccupazione e le sofferenze bancarie, due indicatori ritardati di ciclo, continueranno a crescere.