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FINANZA/ C'è un "fiscal cliff" che minaccia (anche) l’Italia

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Mario Monti e Barack Obama (Infophoto)  Mario Monti e Barack Obama (Infophoto)

A ciascuno il suo fiscal cliff: Barack Obama, con una mossa teatrale, torna d’urgenza dalle vacanze per cercare un accordo in extremis; il premier francese, Jean Marc Ayrault, definisce “patetico” l’espatrio di Gerard Depardieu, esule in quel di Nechin, Belgio, per sfuggire al salasso fiscale; Silvio Berlusconi affida alla rabbia dei contribuenti la speranza per risalire la china in vista del voto del 24 febbraio. Sono solo esempi di un malessere generale che attraversa tutto il mondo che, fino a pochi anni fa, avremmo definito ricco.

Negli Stati Uniti, complice una norma curiosa che impone all’esecutivo di non superare, salvo accordi con il Congresso, un tetto predefinito di spesa (poco più che una formalità nell’era Bush, una potente arma di ricatto nei confronti di Obama), il conflitto assume il carattere di un duello che ricorda le dinamiche del western classico. Il Presidente, fresco di rielezione, vuole ribadire il principio di più tasse per i ricchi, ovvero per chi guadagna almeno 250mila dollari l’anno. E solo dopo questa novità, destinata a sancire in maniera definitiva la sua vittoria sulle lobbies, accetterà di rivedere i costi della riforma sanitaria. Altrimenti, la sua disponibilità sarà considerata debolezza, un peccato originale in grado di azzoppare la sua leadership.

Sul fronte opposto, la rigidità repubblicana è, per paradosso, figlia della sconfitta elettorale. Sono in molti, nel partito di Mitt Romney, a invocare una politica più elastica, adatta a riconquistare il consenso dei ceti medi impoveriti, ma nel breve termine vale la preoccupazione opposta: molti repubblicani temono di essere travolti, nei loro collegi, dall’ondata di destra del tea party. Nessuno, almeno all’apparenza, intende cedere.

Anche se, sostengono i maligni, l’intesa di massima sulle cifre (risparmi attorno i 400 miliardi annui per dieci anni, in parte compensate da maggiori entrate) è stata raggiunta da tempo. Ma una partita così importante richiede la giusta drammatizzazione teatrale, compreso l’accordo fuori tempo massimo. È quel che sospetta Wall Street, meno nervosa di quel che dovrebbe. Ma il duello, al di là delle soluzioni che prima o poi verranno trovate, è destinato a riproporsi nel tempo. La questione fiscale, infatti, rappresenta la vera linea di confine che separa i movimenti politici dell’Occidente: da una parte la “destra”, che chiede meno tasse e meno spese, dall’altra la sinistra che invoca più sacrifici per i ricchi in nome della difesa delle conquiste dello Stato sociale.


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