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IL CASO/ C'è una "ricchezza" italiana che fugge verso l’estero

In Italia è scarsamente diffusa la Information Communication Technology che potrebbe favorire un aumento della produttività e quindi del Pil. L’analisi di GIUSEPPE PENNISI

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Il primo fine settimana di dicembre la stampa quotidiana ha dato ampio spazio, tanto nei servizi quanto nei commenti, agli ultimi drammatici dati sulla disoccupazione. Essi esprimono la percentuale, sul totale della forza lavoro, di chi cerca attivamente un’occupazione senza trovarla. I dati fanno davvero paura, perché, dal 2008, le forze di lavoro si stanno restringendo a causa della recessione che spinge uomini e donne, disillusi dalla mancanza d’opportunità, a lasciare il mercato del lavoro e a smettere di cercare occupazione anche precaria. In Italia, dove cinque anni fa il tasso di disoccupazione era meno dell’8% della forza lavoro, ora si è superato l’11% di una forza lavoro che - lo ribadiamo - è diminuita. Entro l’estate prossima potrebbe toccare il 12%.

Alcune testate hanno lanciato una polemica: i posti ci sarebbero, ma o non li vogliamo o se li prendono gli extracomunitari a condizioni che gli italiani non accetterebbero. I posti a cui si fa riferimento sono quasi tutti a basso contenuto tecnologico e bassa qualifica professionale (panettiere, operaio, bracciante, ecc.). Così si fa disinformazione e si confondono idee e acque in chiacchiere da bar.

Cerchiamo di esaminare il problema sinteticamente, ma con logica economica e statistiche ufficiali. In primo luogo, l’occupazione non cresce e aumenta il tasso di coloro che cercano lavoro senza trovarlo perché dal 2008 il Pil ha subito una contrazione del 12% e minaccia di contrarsi ancora nei prossimi mesi per poi riprendersi a un tasso molto lento (0,33% l’anno). Ciò dipende non solo dal contesto internazionale, ma soprattutto dalla bassa crescita della produttività (si veda il grafico a fondo pagina).

Le ragioni sono molteplici. Dato che spesso studiando il singolo albero si comprendono meglio le caratteristiche del bosco, soffermiamoci su produttività e innovazione. Un lavoro Istat in fase di completamento individua una determinante non secondaria dello scoraggiante andamento della produttività in Italia nella scarsa diffusione della Information Communication Technology (Ict) avvertendo che “da sola non basta; è necessario investire in fattori complementari come il capitale umano e organizzativo”. Quindi in politiche dell’innovazione.

L’Agenda digitale, che, peraltro, rischia di impantanarsi in Parlamento e nei numerosi “tavoli tecnici”, viene riconosciuta da tutti gli esperti e da tutto lo schieramento politico come insufficiente. Se dalle politiche si va alle azioni concrete, è eloquente che la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, molto attiva sino al 2005-2006 nella formazione per la digitalizzazione della funzione pubblica, abbia cessato di operare in questo campo.


COMMENTI
03/12/2012 - Quale ricchezza fugge? Se cè resti qui! (claudia mazzola)

Tra poco anche mio marito 50enne sarà disoccupato, io lo sono già. Pulisco l'ufficio al freddo, per risparmiare non accendiamo il riscaldamento. Pensate che pianga? Io no ma la banca si e si lamenta.