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Economia e Finanza

MINI-PATRIMONIALE/ L’imposta di bollo "colpisce" anche la Costituzione

L’imposta di bollo che gli italiani devono pagare costituisce, spiega GIOVANNI PASSALI, una violazione di ben due articoli della Costituzione del nostro Paese

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Come ormai tristemente noto, il governo Monti sta sparando le sue ultime cartucce in fatto di tasse. Con cieca ostinazione, ha seguito il suo “manuale delle giovani marmotte liberiste” e continua a spremere famiglie e imprese, accentuando la recessione e avviandoci verso la depressione. Questo è il piano atroce che hanno in mente: fare in modo, come disse Monti in un convegno un paio di anni fa, che “i politici e i cittadini” possano accettare la perdita di sovranità poiché il “costo politico e psicologico del non fare le riforme sia superiore al costo del farle”. Quindi, c’è un costo psicologico da affibbiare ai cittadini. E quale costo psicologico può essere più efficace di una tassa che si applica a conti correnti, titoli investiti e risparmio?

Ma c’è di peggio. Come ha fatto notare qualcuno, tale legge viola clamorosamente ben due articoli della Costituzione. La prima violazione riguarda l’articolo dove si afferma che la Repubblica tutela il risparmio in tutte le sue forme. E questo prelievo non si capisce come tuteli il risparmio. La seconda violazione riguarda il fatto che le tasse dovrebbero avere un carattere progressivo. Ma il pagamento in ragione del 1 per mille (dal 2013 1,5 per mille) in realtà ha un limite inferiore pari a 34,20 euro: in altre parole, se si hanno diecimila euro di risparmi, il prelievo sarà di 34,20 euro, cioè una tassa pari a 3,42 per mille, in termini percentuali più del doppio rispetto a chi possedesse, per esempio, centomila euro.

Anche se a queste violazioni, nel panorama dei media principali, non è stata data alcuna rilevanza, il problema grave di una simile costante violazione è che sulla pelle dei cittadini rimane la sgradevole sensazione di una realtà politica e istituzionale che vive di una sua forma completamente avulsa dalla realtà. Spesso al tipo umano italiano viene addossata una etichetta: cioè la diffusione di una mentalità e di comportamenti sempre facili all’illegalità. Ma occorrerebbe fare una seria analisi del fenomeno e chiedersi quanto questa mentalità sia stata diffusa e sia conseguenza di un comportamento delle istituzioni che sono le prime a non rispettare le regole che loro stesse si sono date.

Se il professor Monti, circa due anni fa, ha potuto dire tranquillamente in pubblico che per la cessione della sovranità occorre che vi sia un adeguato costo politico e psicologico da far pagare; se recentemente il Governatore della Bce, Mario Draghi, si è permesso di dire che gli Stati si sono accorti tardivamente di aver perso la loro sovranità, e l’hanno persa quando hanno iniziato a indebitarsi, cosa può capire il cittadino? Il cittadino può comprendere l’utilità delle istituzioni di accedere al mercato del credito per sostenere certi investimenti per il bene della collettività. Ma il cittadino non ha mai delegato le istituzioni a indebitarsi per avere il risultato di perdere la propria sovranità. E questo è un punto centrale sul quale pure la faciloneria di Roberto Benigni e del suo spettacolo in tv ha sorvolato rapidamente.