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FINANZA/ Dagli Usa un attacco alla Germania che fa "esultare" l'Italia

Pubblicazione:martedì 4 dicembre 2012

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Di fronte al Congresso, i funzionari del Treasury hanno infatti sottolineato senza troppi giri di parole che i bilanci interni all’eurozona stanno danneggiando la struttura del commercio globale, con i Paesi nordici dell’Ue che stanno facendo poco o nulla per ridimensionare i loro enormi surplus. Stando al report, il surplus di conto corrente della Germania sarebbe al 6,3% del Pil, mentre quello olandese toccherebbe addirittura il 9,5%, nonostante entrambe le nazioni stiano costringendo la domanda interna attraverso politiche fiscali di austerità. Per il Tesoro, «il nuovo strumento posto in essere dall’Ue per abbattere gli sbilanciamenti interni dell’eurozona è asimmetrico e non presta sufficiente attenzione a nazioni con ampi e sostenuti surplus esterni come la Germania». Questo in un contesto che vede l’eurozona come insieme in uno stato di bilanciamento commerciale ma che, contestualmente, «porta avanti politiche di austerity nei Paesi del Sud senza uno stimolo di offsetting nel Nord, creando un effetto di contrazione che sta bloccando la ripresa globale».

Di più, per il Tesoro Usa «i Paesi dell’eurozona che vantano surplus avrebbero spazio sufficiente per stimoli fiscali ma si rifiutano di agire in tal senso, nonostante i numerosi appelli dei leader Ue affinché si agisca per la crescita. Non hanno mai avanzato proposte concrete per raggiungere risultati degni di nota nel breve termine». Insomma, un atto d’accusa durissimo e senza precedenti, tanto più che il report del Tesoro Usa appare quasi tenero nei confronti della Cina, la quale «ha parzialmente vinto la sua battaglia contro la dipendenza dall’export per la crescita, tagliando il suo surplus al 2,6% dal 10,1% del 2007». Inoltre, «nonostante lo yuan rimanga significativamente sopravvalutato, la Cina ha smesso di creare riserve per tenere bassa la sua valuta e ha conosciuto un apprezzamento del 40% sul dollaro in termini reali dal 2005».

In tal senso, un grafico pubblicato all’interno del report mostrava come la Germania avesse superato la Cina come la più grande, singola fonte di sbilanciamento nel commercio globale, pesando da sola per una larga parte del deficit Usa. Altro grande peccatore è la Svizzera, con il suo surplus pari al 13% del Pil, ma in questo caso il Treasury ammette che il Paese «sta affrontando circostanze uniche e particolari come safe-haven nella sua battaglia contro la deflazione», chiaro riferimento alle scelta obbligata della Banca nazionale svizzera di vendere 230 miliardi di dollari in bonds stranieri dalla metà del 2011 per frenare la corsa del franco, un numero che supera quello congiunto di Cina, Russia, Arabia Saudita, India e Brasile. Insomma, per molti osservatori lo spostamento dell’attenzione del Treasury dalla Cina verso il «mercantilismo camuffato» della Germania, riflette la montante irritazione degli Usa verso la strategia economica da “free rider” dei Paesi del Nord Europa, intenti a sfruttare la domanda globale piuttosto che crearne un’interna.

Insomma, addio alla retorica di Mitt Romney, il quale promise di chiamare la Cina “manipolatore monetario” fin dal primo giorno del suo possibile mandato presidenziale e largo a un nuovo e più critico approccio verso il partner europeo. Anzi, verso il suo azionista di maggioranza. E quando si entra nel mirino di Washington, non sono mai bei momenti.

Perché questo cambio di atteggiamento? Primo, il timore di una svalutazione pilotata dell’euro verso la parità col dollaro per incrementare ancora di più l’export. Secondo, negli Usa si è sempre più sicuri che il super-ciclo cinese sia agli sgoccioli, certezza che vede molti player cambiare posizione rispetto al mercato delle commodities, visto che dal 1995 a oggi il mercato dei metalli industriali, di fatto, ha visto la domanda muoversi unicamente grazie a Pechino.


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