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FINANZA/ E ora Draghi si ritrova senza più "assi nella manica"

Pubblicazione:venerdì 7 dicembre 2012

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

E Draghi, fino a un anno fa alla guida del Financial Stability Board, è ben consapevole che il rischio insito nelle “banche troppo grandi per fallire” è tutt’altro che superato. Dal mondo del credito, vuoi dagli Usa ove Citigroup annuncia il taglio di 11 mila posti di lavoro alla Svizzera (drastiche misure in vista per Ubs), arrivano notizie amare per le banche. Non è un dramma, ripeteranno in coro centinaia di milioni di lavoratori e disoccupati vittime della crisi provocata, tra le altre cause, dall’euforia e dall’avidità dei signori del credito. Ma, come nota Francisco Guerrera, analista principe di The Wall Street Journal, “la crisi delle banche è assai più grave di quella di un’altra impresa: se fallisce General Motors, ne subiranno le conseguenze i dipendenti e gli azionisti, ma qualche altro produttore ne approfitterà. Se salta una banca di media importanza, come Lehman Brothers, l’intera economia globale vacilla, causa l’intreccio che lega le fabbriche del denaro, materia prima essenziale”.

Insomma, non illudiamoci che dal cilindro di Draghi o da quello di Ben Bernanke possa uscire la formula magica per la ripresa. Le banche centrali, piaccia o non piaccia, hanno evitato il peggio. Ma per tornare a crescere ci vuole qualcos’altro. Ovvero, come continua a sostenere in ogni occasione il presidente della Bce, la palla deve per forza passare alla politica.



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