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RAPPORTO CENSIS/ Da imprese e famiglie una “mazzata” a tecnici e politici

Pubblicazione:venerdì 7 dicembre 2012

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Ho ritenuto opportuno soffermarmi su questo caso non soltanto perché esaminando le singole foglie si conosce meglio l’albero, ma in quanto non è che sfiorato nel Rapporto Censis (i lavori della Banca d’Italia sono ancora in corso) ma dà concretezza a quello che è il messaggio centrale delle sue 560 pagine: nell’anno forse più nero di una recessione che minaccia di trasformarsi in depressione, pure a ragione del forte aumento della pressione tributaria e contributiva, e della conseguente riduzione della capacità delle famiglie di sostenere consumi e investimenti, gli italiani hanno mostrato un forte istinto di sopravvivenza e una notevole capacità di riposizionamento.

In termini più tecnico-economici, hanno dato prova di un’efficienza adattiva che ha consentito di superare gravi crisi in momenti anche recenti della storia nazionale, ma che pareva essersi tanto diluita da non incidere più sull’economia e sulla società. Le 560 pagine del documento (che verranno ampiamente riassunte sulla stampa d’informazione) sono in gran misura dedicata e individuare e tratteggiare proprio questo istinto di sopravvivenza e la capacità di riposizionamento. Non viene mai utilizzato il termine economico “efficienza adattativa”, quella caratteristica che, secondo il Premio Nobel Douglas C. North, è la vera leva dello sviluppo. Il concetto di base è, però, lo stesso.

Sorge, però, un dubbio. In che misura la politica - anche la politica dei “tecnici senza technicalities” - avverte queste pulsioni e le fa proprie? Vediamo a fronte di una società che pur nella crisi si aggancia al proprio istinto di sopravvivenza e si riposiziona un ceto politico che pare imbalsamato: non riesce a ridurre il numero di deputati e senatori, a dare al Paese una legge elettorale moderna e tale da far leva sul rapporto tra elettori ed eletti, mantiene il bicameralismo perfetto e forme di finanziamento pubblico uniche al mondo.

Non c’è il rischio di un progressivo scollamento tra una società che, dalla crisi, estrae istinti ed energie non per aggrapparsi alla vecchia italica “arte di arrangiarsi” ma a forme di “efficienza adattiva” e una politica che pare ingessata? Ora che la legislatura sta volgendo al termine, quanti politici si chiedono se tale scollamento non sia all’origine dei loro mali?



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