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FINANZA/ Debito, una somma "illude" l’Italia

Pubblicazione:domenica 9 dicembre 2012

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Se sommiamo il debito privato a quello pubblico, la posizione dell'Italia si rileva tra le più sane nel mondo industrializzato. Tra le ultime stime di questo “debito totale”, per il 2013 Invest Banca vede il Giappone al 471%, il Regno Unito al 466%, la Spagna al 366%, la Francia al 323%, l'Italia al 315%, gli Usa al 296% e la Germania al 285%. Questo dato dovrebbe rassicurare i mercati finanziari e pure le autorità europee, che per questo dovrebbero concedere all'Italia qualche “sconto” sulle richieste di austerity. In realtà, questa somma di debiti non ha senso.

Il problema dell'Italia è il debito pubblico non perché si sommi a quello privato, ma perché questo è sul mercato finanziario, in bond, e data l'incapacità dell'Italia di ripagare il debito deve essere quasi costantemente rinnovato con nuovo debito alle condizioni di volta in volta vigenti sul mercato stesso. Il mercato non vuol strozzare i propri debitori, ma nemmeno può tenersi un credito che non ripaga dei rischi. Qui sta il problema del debito pubblico: essere costantemente sotto al giudizio del mercato, che è comunque l'unico in grado di finanziarlo (le tasse sono già da molto a livelli assurdi).

Che il debito privato sia elevato o meno, non conta di per sé granché quando il problema è che il debitore Stato pare incapace di controllare la propria spesa; quel che rileva, casomai, è la ricchezza netta privata (appunto al netto dell'indebitamento privato) in quanto rappresenta un potenziale fondo che lo Stato può “depredare” con tasse e imposte per garantire la solvibilità del proprio debito. Sinceramente non trovo niente di rassicurante nel fatto che, in quanto privatamente meno indebitati, i cittadini italiani rappresentino un ottimo gregge da offrire in olocausto sull'altare del debito statale.

L'indebitamento non è una cosa naturalmente negativa. È l'essenza del capitalismo: aver la possibilità di disporre di somme che altri hanno potuto risparmiare, per poter dar corpo ai propri progetti di crescita umana o economica. Il debito (credito, per la controparte) implica uno scambio di moneta attuale contro moneta futura; sotto i dovuti incentivi (tassi di interesse, reputazione, avidità), da tale scambio risulterà maggior produzione lavoro e ricchezza futura per tutti (distribuita attraverso stipendi  profitti e interessi, a seconda del ruolo ricoperto).

Tale strumento permette inoltre di aggirare il vincolo della dotazione iniziale di ricchezza: se non dispongo, per fortuna o per eredità, di una certa ricchezza, non sarò per questo condannato a una vita marginale e povera, ma potrò aspirare - indebitandomi - a costruire qualcosa per il mio futuro. Il problema essenziale in questo è che il “sistema” (società-economia) deve possedere un certo grado di fiducia, si deve sentire una certa “sicurezza” nel concedere in prestito la ricchezza. Se non c'è fiducia (nel futuro, nelle istituzioni, nella morale concreta - non solo dichiarata - della società), ci sarà minor predisposizione a prestare denaro, minor propensione a dare credito, il che significherà certo meno soggetti indebitati, ma anche maggior immobilismo sociale e minor sviluppo per tutti.


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