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SCONTRI ATENE/ Quadrio Curzio: Grecia, un "rebus" che minaccia anche l'Italia

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Se la Grecia tornasse alla sua moneta nazionale, il primo effetto pesante sarebbe sul Paese stesso, perché una dracma svalutata del 50% sulla moneta unica, rispetto al cambio d’ingresso, avrebbe conseguenze drammatiche, dal momento che la Grecia si troverebbe isolata rispetto al mercato unico. Le importazioni diverrebbero molto più costose e sembra davvero difficile che una svalutazione possa espandere di molto le esportazioni, data la natura dell’economia greca. Anche l’eurozona avrebbe seri contraccolpi.

 

In che modo?

 

Non solo la credibilità dell’Unione monetaria sarebbe duramente colpita per non aver previsto ed essere riuscita a gestire la ristrutturazione di un Paese membro. Si prefigurerebbe la possibilità di uscita di altre nazioni da Eurolandia. Primo candidato sarebbe il Portogallo. Ma ci sarebbero ripercussioni anche su paesi come Italia e Spagna. Nessuno credo voglia ritrovarsi a combattere di nuovo con aumenti dello spread a livelli molto alti e di conseguenza con aumenti dei costi del debito pubblico. Tutto tornerebbe a essere molto più complicato.

 

Potrà servire a qualcosa il Fondo salva-stati?

 

Il Fondo salva-Stati (Efsf) ha emesso finora poco più di 22 miliardi di obbligazioni per effettuare poi prestiti a Irlanda e Portogallo e ha annunciato emissioni per 30 miliardi circa nel 2012 e nel 2013. Davvero troppo poco. Anche se a partire dal 1 luglio 2012 il Fondo salva-Stati lascerà il posto al Meccanismo europeo di stabilità (Esm), il quale avrà natura permanente, le perplessità rimangono. Speriamo tuttavia che la lentezza e la scarsa operatività nel concreto dell’Efsf non vengano “trasferite” all’Esm. C’è necessità di un netto cambiamento di rotta.

 

Prima ha parlato dello spread. In Italia, nelle ultime settimane, ha preso a viaggiare su un trend decrescente. Come mai, secondo lei? Qual è la “soglia di sicurezza” ottimale sotto cui scendere?

 

Lo spread era intorno a 125 punti base nell’aprile dell’anno scorso. Poi c’è stata la crescita fin sopra quota 550 all’inizio di novembre, quindi una discesa intorno a 370 ai primi di dicembre, seguita da una risalita a 530 il 9 gennaio. Tuttavia, poi il differenziale è sceso gradualmente, con oscillazioni minori rispetto al periodo precedente, fino ai 360 punti base circa di questi giorni. Credo che sotto i 200 punti base potremmo ricominciare a respirare. In ogni caso, è davvero riscontrabile un’attenuazione delle tensioni nell’Uem. Ritengo che ciò accada in virtù di due ragioni.

 

Quali?

 

Per il governo Monti, che sta restituendo credibilità all’Italia, terza economia di Eurolandia, la cui crisi avrebbe trascinato con sé l’euro; per il presidente della Bce, Mario Draghi, che ha preso decisioni importanti. Da quando si è insediato, a novembre scorso, ha compiuto due successivi tagli al tasso ufficiale di interesse riportandolo all’1%, che rappresenta il minimo storico. A questo ha affiancato una strategia di misure non convenzionali di politica monetaria, con l’intento di sciogliere lo stretto nodo che attanaglia l’Europa. Ovvero: da un lato placare i mercati creditizi e dei titoli di Stato e alimentare la liquidità bancaria per avviare nuovamente il sistema bancario e supportare la crescita.

 

In effetti, si è parlato molto del ruolo della Bce e dell’operazione straordinaria Ltro. Cosa pensa di questa operazione che si ripeterà a fine mese?


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