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FINANZA/ 2. Grecia fallita. E ora a chi tocca?

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Dalle sale trading la versione è univoca: i mercati hanno già prezzato tutto, dai downgrade fino al default greco e ora navigano a vista perché non trovano un floor, ovvero un punto di caduta massimo dal quale poi poter soltanto risalire. E questo, fanno notare, è grandemente ascrivibile all’inazione politica delle autorità europee, capaci di annunciare e annullare un Eurogruppo vitale per il salvataggio greco come se stessimo parlando di una partita a scopa tra amici. Di certo, invece, su Atene c’è dell’altro. Nel quarto trimestre il Pil greco ha infatti subito una caduta del 7%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: la portata della contrazione è tornata a peggiorare rispetto al -5% annuo registrato nel secondo trimestre. Le serie storiche mostrano che la Grecia è intrappolata in una recessione economica che prosegue fin dall’ultimo trimestre del 2008.

Ecco a voi, signori miei, gli effetti della cura di austerity della troika! Ma si sa, la Germania e i suoi alleati del Nord hanno ottenuto ciò che volevano, ovvero prendere tempo affinché le loro banche potessero scaricare a sconto le obbligazioni elleniche, soprattutto con scadenza marzo e maggio 2012 a fondi speculativi e gonzi in cerca del colpaccio con cui pagarsi le vacanze estive. Ce l’hanno fatta: a oggi, i creditori privati riuniti nell’Iif hanno in mano meno del 40% dei 206 miliardi di debito da ristrutturare. Quindi, l’Amministratore delegato di Bnp Paribas dovrebbe dirci chi ha siglato l’accordo sullo swap e in nome di chi, più che i contenuti. Ormai un default di Atene con relativa uscita dall’eurozona non fa più paura al nucleo forte dell’Ue, basti pensare alle parole pronunciate ieri dal ministro degli Esteri lussemburghese, Luc Frieden: «Se il popolo o l’elite greche non applicheranno tutte le condizioni poste, penso che si escludano dall’eurozona. L’impatto per le altre nazioni, ora, sarebbe molto meno traumatico di un anno fa. Il ritorno alla dracma? Potrebbe essere un qualcosa in grado di offrire alla Grecia una nuova partenza, per creare economia e lavoro». Insomma, per Germania, Lussemburgo, Olanda e Finlandia, la Grecia può andarsene quando vuole.

E cominciano a rendersene conto anche i greci, vista la veemente reazione del deputato del partito di destra Laos, Kostas Kiltdis, secondo cui «alla guerra si risponde con la guerra. Noi siamo la culla della civiltà europea e nessuno può sbatterci fuori di casa. Non esiste un meccanismo legale per questo. Provino a farlo e altri moriranno economicamente insieme a noi». Benvenuti nell’Ue, patria della solidarietà e della fratellanza! Ma, si sa, la verità alla fine salta sempre fuori e nel primo pomeriggio, fonti comunitarie, rendevano noto che «i ministri delle Finanze starebbero considerando il ritardo di parte o tutto il salvataggio greco, pur evitando sempre il default». Ovvero, default controllato! Detto fatto, l’isteria da “buy the rumors, sell the news” innescata dall’impegno cinese per l’Ue ha lasciato spazio alla realtà, facendo rallentare le Borse (Milano è passata dal +1,8% al +0,76%) e spedendo l’euro di colpo sotto quota 1,3070. E a conferma che ormai la bancarotta è il destino che attende Atene, negli stessi minuti il bond greco a due anni sfondava quota 200% di rendimento per la prima volta in assoluto. Bye bye, Grecia.

Ma se ne andrà da sola? Altrettanto preoccupante, se non maggiormente, è infatti il dato che vede il debito delle banche spagnole verso la Bce a un nuovo record storico di 133,18 miliardi di euro, stando ai dati diffusi dalla Banca di Spagna. L’aumento rispetto a dicembre (118,8 miliardi) è stato del 12%: il credito richiesto dalle banche spagnole è stato del 148,2% superiore a quello di gennaio 2011. Gli istituti iberici assorbono il 37,45% dei prestiti Bce al settore bancario europeo, mentre l’economia spagnola “pesa” per il 13% dell’eurozona: il nuovo record, quindi, conferma sia le difficoltà delle banche spagnole a finanziarsi sul mercato interbancario, sia la pericolosa deriva greca rispetto al ritiro dai depositi bancari da parte di cittadini e aziende spaventati dalla crisi.


COMMENTI
17/02/2012 - I fallimenti sono dello Stato (Marco Demaldè)

La crisi che si sta consumando drammaticamente evidenzia la totale inefficienza degli Stati e la loro incapacità di prendersi cura delle persone. Riferendomi in particolare all'Italia, lo Stato non può più occuparsi di cose che non gli competono, deve finalmente ritirarsi e lasciare spazio alla società. Questo significa abbassare di molto le tasse per ridurre la spesa pubblica enorme: in teoria sarebbe il contrario, ma lo Stato è famelico, quindi bisogna regolarsi di conseguenza. Inoltre il debito pubblico non può essere lasciato così, ma deve essere abbattuto con ogni mezzo.

 
16/02/2012 - uscita di sicurezza per la grecia (antonio petrina)

Come giudicare le parole del capo dei creditori farncese (Bnp Paribas)? L'accordo sui debiti,dopo i conti falsi ellenici presentati per avere le olimpiadi (hanno scosso anche noi il rifiuto per quelle di roma del 2020), è una buona notizia altrimenti non si capisce cui prodest tanto clamore o furia iconoclasta sul mancato o prossimo defalut greco ,se non a qualche cds della finanza trush ed alle sorelle verginelle del rating europeo (LB docet prima del crollo !) Una domanda caro Bottarelli : c'è finanza buona e finanza cattiva ,dipende da come la si usa?

 
16/02/2012 - non è il default della Grecia . . . (Fabrizio Terruzzi)

Bottarelli, non è il default della Grecia, il rallentamento dell'economia, le difficoltà della Spagna o del Portogallo che mettono in crisi i mercati, quanto la mancanza di una strategia di fondo credibile e decisa su come ridurre l'alto debito pubblico di molti paesi, senza deprimerne troppo le economie, su come rimediare gli squilibri all'interno di alcuni stati e dell'unione europea stessa. Si ha l'impressione che qui si seguano gli eventi cercando di volta in volta di mettere una pezza sulla falla che emerge, senza una chiara visione d'assieme e di lungo termine. Tutti guardano al loro portafoglio e cercano di scucire meno soldi possibile.