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FINANZA/ 2. Grecia fallita. E ora a chi tocca?

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Non va meglio, poi, al Portogallo, che resta intrappolato nella recessione economica: nel quarto trimestre il Pil ha subito una contrazione dell’1,3% rispetto ai tre mesi precedenti, secondo l’Ente di statistica nazionale, e del 2,4% rispetto allo stesso periodo di un anno prima: in questo modo l’insieme del 2011 si è chiuso con una recessione economica dell’1,5% in termini di Pil. E a confermare i timori dei mercati, ci pensa anche la locomotiva Germania. Se, infatti, nel mese di febbraio l’indice Zew che misura le aspettative sull’economia tedesca è salito a un “cinese” +5,4 da -21,6 di gennaio, l’Ocse ha certificato che «dopo una ripresa rapida e robusta dalla profonda recessione, in Germania la crescita ha rallentato e l’outlook si è considerevolmente indebolito». Secondo le stime dell’organizzazione, anticipate dal ministero dell’Economia di Berlino, il Pil della Germania crescerà nelv2012 solo dello 0,4%, dopo il 3% del 2011.

Infine, l’Italia. Il nostro Paese, infatti, è fra i 12 dell’Ue che preoccupano la Commissione europea per i loro “squilibri macroeconomici”, secondo un rapporto presentato ieri a Strasburgo dal commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn. Annunciando «un’analisi approfondita nel quadro del nuovo “meccanismo di allerta macroeconomica”», quindi a rischio sanzionatorio in caso il Paese non adotti le raccomandazioni preventive (leggi possibili manovre correttive o provvedimenti legislativi imposti da Bruxelles), Rehn ha sottolineato «l’altissimo debito pubblico e il basso potenziale di crescita economica, che rappresentano dei rischi che dobbiamo analizzare». Inoltre, il Commissario ha ricordato che c’è un problema di competitività, sia in generale che basata sui prezzi, con «un deterioramento significativo a partire dagli anni ‘90, che si riflette nel persistente indebolimento nelle quote di mercato nel commercio estero, con una caduta del 20% dell’export negli ultimi cinque anni».

Insomma, se le bocciature di Moody’s sono ormai acqua fresca per mercati abituati a scossoni ben più seri, le preoccupazioni per l’eurozona nel suo complesso sono tutt’altro che dietro le spalle. Ma tranquilli, cari lettori, c’è chi coordina gli sforzi per uscire da questa impasse e ci offre risposte importanti. Ad esempio, sapevate che durante le partite dei mondiali di calcio del 2010, i volumi di scambio sull’indice londinese FTSE 100 erano più bassi del 32% rispetto alla media? E sapevate, però, che quando giocava l’Inghilterra il calo è stato solo del 26,5%? E sapevate che, a dispetto della loro proverbiale serietà sul lavoro, i traders tedeschi sono stati i più fannulloni d’Europa, con un calo del trading sul Dax del 60% quando la nazionale teutonica era in campo? Direte voi: Bottarelli è impazzito. E ancora: no, non lo so ma nemmeno mi interessa saperlo. Risposta esatta, la seconda. Il problema è che questa statistica da Almanacco del gioco del calcio applicato alla finanza non è frutto della perversione numerologica del “Rain man” di turno, ma della Bce, la quale lunedì ha presentato lo studio “The pitch rather than the pit: investor inattention during Fifa World Cup matches”, frutto di un anno di lavoro coordinato da Michael Ehrmann e David-Jan Jansen.

Degno della rubrica “Mai più senza” del compianto Cuore di Michele Serra, questo report utilizza 35 pagine di dati e rilevazioni per giungere alla seguente conclusione: «La Coppa del mondo di calcio ha cambiato il processo di formazione dei prezzi. Possiamo concludere che il mercato azionario ha guardato con maggiore interesse al terreno di gioco che al trading». Conoscendo l’uomo, siamo certi che il primo a mettersi le mani nei capelli alla scoperta della pubblicazione sia stato proprio Mario Draghi, incolpevole committente di questo utilissimo strumento di lavoro, poiché all’epoca della sua gestazione era ancora a capo di Bankitalia. Resta però il fatto che l’Eurotower abbia sprecato soldi e tempo preziosi per dirci che i traders cileni sono stati i più fannulloni quando giocava la loro nazionale, con un calo degli scambi del 99,5%, piuttosto che cercare ricette per evitare il credit crunch per famiglie e imprese.

Certo, meglio spendere il proprio tempo in esercizi di stile simili che per pratiche suicide come il rialzo dei tassi deciso lo scorso luglio dal mai compianto Jean-Claude Trichet, ma resta il fatto che sapere come nei cinque minuti successivi a un goal, l’attività media perdesse un ulteriore 5%, non regala a investitori e cittadini particolare sollievo. E nemmeno rafforza la loro fiducia nell’Eurotower. Siamo alla frutta, amici miei.



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COMMENTI
17/02/2012 - I fallimenti sono dello Stato (Marco Demaldè)

La crisi che si sta consumando drammaticamente evidenzia la totale inefficienza degli Stati e la loro incapacità di prendersi cura delle persone. Riferendomi in particolare all'Italia, lo Stato non può più occuparsi di cose che non gli competono, deve finalmente ritirarsi e lasciare spazio alla società. Questo significa abbassare di molto le tasse per ridurre la spesa pubblica enorme: in teoria sarebbe il contrario, ma lo Stato è famelico, quindi bisogna regolarsi di conseguenza. Inoltre il debito pubblico non può essere lasciato così, ma deve essere abbattuto con ogni mezzo.

 
16/02/2012 - uscita di sicurezza per la grecia (antonio petrina)

Come giudicare le parole del capo dei creditori farncese (Bnp Paribas)? L'accordo sui debiti,dopo i conti falsi ellenici presentati per avere le olimpiadi (hanno scosso anche noi il rifiuto per quelle di roma del 2020), è una buona notizia altrimenti non si capisce cui prodest tanto clamore o furia iconoclasta sul mancato o prossimo defalut greco ,se non a qualche cds della finanza trush ed alle sorelle verginelle del rating europeo (LB docet prima del crollo !) Una domanda caro Bottarelli : c'è finanza buona e finanza cattiva ,dipende da come la si usa?

 
16/02/2012 - non è il default della Grecia . . . (Fabrizio Terruzzi)

Bottarelli, non è il default della Grecia, il rallentamento dell'economia, le difficoltà della Spagna o del Portogallo che mettono in crisi i mercati, quanto la mancanza di una strategia di fondo credibile e decisa su come ridurre l'alto debito pubblico di molti paesi, senza deprimerne troppo le economie, su come rimediare gli squilibri all'interno di alcuni stati e dell'unione europea stessa. Si ha l'impressione che qui si seguano gli eventi cercando di volta in volta di mettere una pezza sulla falla che emerge, senza una chiara visione d'assieme e di lungo termine. Tutti guardano al loro portafoglio e cercano di scucire meno soldi possibile.