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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Grecia, dai mercati un diktat alla Germania

C’è un alone di ottimismo intorno al destino della Grecia, che dipenderà anche dall’Eurogruppo in programma oggi. MAURO BOTTARELLI ci spiega da cosa dipende questo clima

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Inattesa e insperata ventata di ottimismo, venerdì scorso, sul destino della Grecia. Spread in calo, Borse toniche e un diluvio di dichiarazioni politiche che propendevano tutte per una risoluzione positiva della vicenda già all’Eurogruppo in programma oggi. Nella conference call tenutasi venerdì mattina, Mario Monti, Angela Merkel e Lucas Papademos hanno espresso ottimismo per l’esito finale della trattativa e, addirittura, l’intransigente governo tedesco ha rincarato la dose facendo sapere che «sulla Grecia siamo vicini al conseguimento di solidi risultati». Fonti europee, poi, sottolineavano che «non è molto ragionevole dividere gli aiuti alla Grecia e aspettare le elezioni». Insomma, a quanto pare Atene vedrà sbloccata almeno una parte del nuovo prestito prima della scadenza obbligazionaria monstre del 20 marzo, 14,5 miliardi di euro.

Ma cosa ha rotto in poche ore l’impasse e l’intransigenza di mesi? Schauble è forse rinsavito di colpo? I mercati. I quali, giovedì hanno mandato chiari segnali riguardo l’incontrollabilità di un default non ordinato di Atene. Primo, un segnale tecnico. Venerdì 10 febbraio, l’indice Standard&Poor’s 500 della Borsa di New York ha vissuto un qualcosa di anormale: mentre per cinque ore il listino restava invariato sui minimi di giornata, nello stesso arco temporale l’indice Vix, quello che misura la volatilità dei mercati, schizzava del 15,5%. Di più, la settimana conclusasi proprio venerdì 10, il Vix era salito del 22%, a fronte di un S&P’s 500 praticamente piatto. In tempi
recenti, solo un’altra volta era accaduta una cosa simile: la settimana che precedette il 15 settembre 2008, ovvero il fallimento di Lehman Brothers.

Secondo, proprio il crollo del gigante finanziario Usa viene preso come pietra di paragone per cercare di preventivare la portata di un default disordinato di Atene. Peccato che la Grecia non sia un’istituzione privata ma una nazione e, nonostante il suo debito sia sparso per il mondo esattamente come i derivati di Lehman, è il contesto a essere differente. Quando la banca d’affari fallì, infatti, la maggior parte della altre istituzioni finanziarie nei guai si erano già fuse con entità più grandi (Bear Stearns, Merrill Lynch) o era stata nazionalizzate (Fannie Mae e Freddie Mac). Quelle che non si mossero in tempo, o si tramutarono in banche commerciali (Morgan Stanley, Goldman Sachs) o furono salvate dalla Fed (Aig). Per una nazione è diverso: se Atene va in default, Spagna e Portogallo non possono fondersi e l’Italia non può essere nazionalizzata dalla Germania.

Al netto del fatto che Atene farà default, i mercati hanno dettato alla politica l’agenda di questo avvenimento: il timore, infatti, è che una bancarotta disordinata sarebbe potuta occorrere nel weekend appena conclusosi. Inoltre, vedendo l’abisso di fronte a sé, anche la banche hanno cominciato a dire la verità. Stando ai dati della Banca per i regolamenti internazionali, infatti, l’esposizione delle banche tedesche alla Grecia sarebbe di soli 3,9 miliardi di dollari. Bugie. I dati reali parlano di almeno 8 miliardi di euro per soli 11 istituti tedeschi, tre dei quali hanno esposizione verso Atene pari al 10% dell’equity totale. Quindi, rischio immediato di svalutazioni - che il “cattivo” Schauble contava di contenere attraverso la prossima asta Ltro della Bce ma basandosi su dati truccati, quindi con rischi di shortfalls non quantificabili - e di contagio verso il debito di altri paesi periferici, vedi Italia e Spagna: e la sola Commerzbank ha in pancia debito dei cosiddetti Piigs per il 60% della sua equity totale.

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