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MANOVRE/ Quei nuovi "soci" stranieri che minacciano le banche italiane

mercoledì 22 febbraio 2012

Il primo effetto della proposta di eliminazione del voto capitario per le banche popolari quotate contenuta in un emendamento al decreto sulle liberalizzazioni presentato lunedì è già arrivato. Ieri in borsa le banche popolari hanno sovraperformato le non popolari (Monte Paschi escluso) in modo piuttosto evidente. I mercati a volte sono incredibilmente prevedibili. Trasformare una banca non contendibile in una public company senza azionista di riferimento ha una sola conclusione possibile anche in un periodo travagliato e incerto come l’attuale. L’emendamento è stato ritirato ieri in attesa che si discuta una riforma strutturale delle popolari; intanto, prima ancora di qualsiasi analisi, si può rilevare che aver presentato un emendamento di questo tipo a borsa aperta nel mare magnum del decreto liberalizzazioni non sia stato il massimo della “opportunità finanziaria”. Viene poi persino il dubbio, sicuramente del tutto ingiustificato, che in questo modo si sarebbe evitata una discussione approfondita sugli effetti di una rivoluzione che coinvolgerebbe banche quotate per miliardi di euro di capitalizzazione e una quota considerevole del mercato bancario italiano.

La discussione presumibilmente dovrebbe riguardare i benefici che si creerebbero, e per chi, con la fine delle banche popolari quotate. Il compito non sembra facilissimo con davanti i risultati che la finanza di serie A ha consegnato negli ultimi quattro anni. Bisognerebbe in sostanza dimostrare i benefici per il sistema economico, imprese e famiglie inclusi, e per gli azionisti. A prima vista sembra un’impresa davvero ardua dimostrare che il modello unico della banca “public company” quotata, internazionale, senza azionisti di controllo e soggetta solo alle regole dei mercati e degli investitori finanziari sia vincente sempre e comunque; a meno che si faccia un’opera di revisione storica degna della peggior damnatio memoriae.

Persino il Financial Times, che in questi giorni sembra particolarmente interessato alle vicende bancarie italiane, evita certe prese di posizione nette, dimostrando quanto meno un certo senso del pudore. D’altronde quando i campioni della finanza di mercato, magari con una bella tripla A, scompaiono in qualche mese, o in qualche giorno, mentre le noiose banche italiane, prive di “servizi a valore aggiunto” e senza un ritorno sul capitale (Roe) adeguato rimangono vive e vegete un certo pudore diventa inevitabile.

Alla “preoccupazione” sugli eventuali benefici, si aggiunge quella sui nuovi assetti di controllo che inevitabilmente si creerebbero dopo una norma di questo tipo; una preoccupazione che sarebbe più che giustificata in un contesto di restringimento del credito e in una fase in cui momenti prolungati di panico dei mercati possono offrire occasioni di guadagno imperdibili che non sempre coincidono con gli interessi di medio-lungo termine degli azionisti e dei clienti.




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COMMENTI
22/02/2012 - Una tempesta in un bicchier d'acqua (Giuseppe Crippa)

Come prevedibile l'emendamento al decreto legge sulle liberalizzazioni proposto da due senatori PdL per di cambiare drasticamente la struttura delle banche popolari quotate in borsa è stato ritirato dopo che politici più attenti non soltanto all'aspetto puramente finanziario ma anche a ragioni di carattere più generale come quelle spiegate nell'articolo sono intervenuti. Per esempio Rocco Buttiglione, che ha detto ieri: « Un emendamento Pdl al provvedimento sulle liberalizzazioni a firma Asciutti-Alberti Casellati di soppiatto abolisce sostanzialmente le banche popolari quotate in Borsa. Non ci aspettavamo da parte del Pdl questo attacco alla realtà popolare del Paese. Le banche popolari sono istituzioni che legano il credito al territorio, mantengono gli investimenti legati alle realtà produttive invece di speculare sui derivati a Wall Street, incentivano uno sviluppo reale di prospettiva invece di puntare ai profitti immediati di pochi. Per questo hanno conquistato quote di mercato e sono spesso più solide di istituti dai nomi più altisonanti. Non è con posizioni di liberismo estremista come quella introdotta da questo emendamento al Senato che si costruisce il progetto del partito popolare europeo che il Pdl sbandiera ma di cui evidentemente non tutti capiscono che è fondato sull'economia sociale di mercato » Fa piacere vedere anche in tempi di Governo tecnico – che comunque nulla aveva detto sulla questione – una sana dialettica tra i partiti che lo sostengono.