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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Tutti i numeri che smentiscono il "successo" della Merkel

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

Anche il welfare ha luci e ombre. Tra le prime ci sono le grandi riforme in materia di previdenza e lavoro: ad esempio, l’innalzamento dell’età pensionabile, la riorganizzazione della spesa sanitaria e gli aumenti salariali legati alla produttività. D’altra parte, è indubbio che al welfare tedesco si attribuiscano benefici di cui non dovrebbe fregiarsi. Ad esempio, i sofisticati meccanismi che regolano la cosiddetta “Iva sociale” (un sistema per trasferire il peso fiscale dai lavoratori ai beni di consumo) non hanno in alcun modo ridotto le spese contributive a carico dei salariati. A rivelarlo è una ricerca Natixis che incrocia dati del ministero federale per le Politiche sociali con statistiche Bundesbank: attraverso un trasferimento di fondi, l’aumento di imposte indirette quali l’Iva è da anni dirottato sull’abbattimento del debito pubblico con l’evidente obiettivo di evitare troppi tagli alla spesa. Dalle parti di Maastricht non faranno salti di gioia.

Ma - qualcuno dirà - il modello tedesco è comunque competitivo. Vero e qui arriva il colpo di scena: negli ultimi dieci anni le forme di contratto atipiche sono arrivate a coprire il 23% della forza lavoro, portando anche un 3% di impiegati a tempo indeterminato ad abbandonare il welfare tedesco in cambio di lavori flessibili. Insomma, niente di diverso da quanto accaduto un po’ in tutta Europa, Italia inclusa.

Per quanto riguarda il terzo pilastro, la capacità di esportare, i vantaggi per un sistema economico sono certi, ma nel caso tedesco da dove arrivano? Secondo dati Fmi, a fronte di una domanda interna di beni relativamente stabile (+30% in 20 anni), il volume dell’import-export tedesco nello stesso periodo è più che raddoppiato grazie al traffico di merci in transito verso altri paesi dell’Unione. Una conferma del fenomeno arriva dall’Eurostat: oggi il 71% delle esportazioni tedesche è rivolto verso altri paesi europei e addirittura la Germania è l’unico Paese ad aver incrementato la propria quota di esportazioni intra-Ue nel decennio 2001-2011 (incremento a cui corrisponde une perdita significativa per Italia, Francia e Regno Unito).


COMMENTI
23/02/2012 - nuova e più vera europa (francesco taddei)

"La sfida di un’Europa unita, quindi, non può prescindere dalle differenti identità dei Paesi membri: a storie diverse corrispondono diversi tentativi di risposta alle esigenze delle persone". occorre rivedere il modello europeo in un'ottica più federale: strategie differenti fra gli stati, unità su linee guida di politica estera/difesa/energia e superare la legge oscurantista sulle tre lingue.