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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Tutti i numeri che smentiscono il "successo" della Merkel

Il modello socio-economico tedesco è portato come esempio virtuoso per tutti i Paesi dell’Ue. JAMES CHARLES LIVERMORE ci spiega i limiti di questa impostazione

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

Da più parti, e sempre più spesso, il modello socio-economico tedesco è additato come l’ottimo a cui tutti i Paesi dell’Unione europea, presto o tardi, dovranno conformarsi. Anche quando qualcuno provi a dissentire, il dibattito che ne segue sembra inquadrare due schieramenti inamovibili: i rigoristi, difensori del modello tedesco, e i lassisti, più propensi all’indulgenza verso i paesi in difficoltà. Le righe che seguono compiono una breve indagine su alcuni aspetti poco divulgati del sistema tedesco con l’auspicio di uscire dalla logica dei blocchi contrapposti e contribuire all’attuale dibattito sui modelli di crescita in Europa.

Il principale totem venerato dai rigoristi “pro Germania” è appunto il rigore fiscale di Berlino. Ma una (prometto, rapida) disamina dei conti pubblici mostra che non è tutto oro quel che luccica nelle casse tedesche. Un numero su tutti: secondo dati Bundesbank, in Germania il 40% del debito pubblico è detenuto in fondi speciali di investimento. Nulla di illegale, sia chiaro, ma sulla base di sofisticate regole di consolidazione fiscale non sempre tali capitoli di spesa contribuiscono al calcolo del debito pubblico.

È il caso, ad esempio, dei fondi di investimento Itf, destinati, tra l’altro, a tecnologie rinnovabili. Secondo una ricerca Natixis, tra il 2009 e il 2011 il governo tedesco ha inserito in tali fondi soprattutto incentivi alla spesa delle famiglie per un totale di quasi 20 miliardi di euro, ossia l’1% del Pil. Dov’è il limite tra spesa a supporto dei consumi e investimenti nella green economy? La definizione si gioca sedendosi al tavolo delle trattative con l’Eurostat e i paesi capaci di buon gioco di squadra (Ministeri, Banca centrale, Istituto di statistica nazionale) spesso spuntano trattamenti più accondiscendenti.

Qualcosa di simile è accaduto con i fondi per la riunificazione (pari a quasi tre punti di Pil) e per il passivo della Kreditanstalt für Wiederaufbau (l’equivalente della Cassa depositi e prestiti), considerata fondo di investimento privato con il beneplacito dell’Eurostat. In quest’ultimo caso sono usciti dal perimetro del debito pubblico 432 miliardi di euro.

C’è poi un aspetto più strategico, che trae fondamento anche dalla gestione efficiente del debito pubblico, ma riguarda soprattutto gli assetti del modello tedesco al centro del dibattito. Con la caduta del muro di Berlino, la Germania si è trovata a integrare 15 milioni di persone provenienti da un’economia pianificata al collasso. Per quanto il muro sia letteralmente crollato “dalla sera alla mattina”, la Germania Ovest, e con lei tutto il blocco occidentale, lavorava a questo progetto da decenni e, questo fu un grande merito, non si lasciò cogliere impreparata. La ricetta elaborata a Berlino nei primi anni ‘90 regola ancora il modello socio-economico tedesco e si basa, oggi come allora, su tre pilastri: il già citato rigore fiscale, l’efficienza del welfare e una produzione rivolta all’esportazione.


COMMENTI
23/02/2012 - nuova e più vera europa (francesco taddei)

"La sfida di un’Europa unita, quindi, non può prescindere dalle differenti identità dei Paesi membri: a storie diverse corrispondono diversi tentativi di risposta alle esigenze delle persone". occorre rivedere il modello europeo in un'ottica più federale: strategie differenti fra gli stati, unità su linee guida di politica estera/difesa/energia e superare la legge oscurantista sulle tre lingue.