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RIFORMA FISCALE/ Monti e Obama, una sfida a colpi di tasse

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Mario Monti e Barack Obama (Infophoto)  Mario Monti e Barack Obama (Infophoto)

RIFORMA FISCALE. Chissà se quando si sono incontrati una decina di giorni a Washington Mario Monti e Barack Obama hanno parlato anche di riforma fiscale. La domanda sorge spontanea scorrendo le notizie di oggi: il governo italiano è pronto ad approvare dei provvedimenti in materia nel Consiglio dei ministri di domani e la Casa Bianca, attraverso il Segretario al Tesoro Tim Geithner, ha annunciato di voler metter mano alle imposte. Guardando con un po’ più di attenzione le proposte sul tappeto, vien da dire che se i due hanno affrontato il tema delle tasse nei loro colloqui devono aver convenuto di avere posizioni lontane, per lo meno negli effetti più che sugli obiettivi.

Infatti, sia Obama che Monti si dicono pronti ad abbassare le imposte, ma il Premier italiano per farlo vorrebbe mettere in campo uno speciale fondo in cui far confluire gli introiti della lotta all’evasione fiscale. Somme che non possono essere previste a priori e che anzi sono extrabilancio. Una sorta di “tesoretto” che verrà fraternamente diviso a metà tra Stato e contribuenti. Il 50% di questo fondo dovrebbe infatti servire a migliorare i conti pubblici del Paese, impegnato a raggiungere il pareggio di bilancio entro l’anno prossimo dopo le ripetute manovre finanziarie a tal scopo emanate nel corso del 2011. Il restante 50% dovrebbe invece permettere di aumentare le detrazioni fiscali per le famiglie.

Dato che Monti ha specificato che la priorità va data ai conti pubblici, non è da escludere che le percentuali possano essere riviste, con uno sbilanciamento a favore della “fetta” dello Stato. Oppure la parte spettante ai contribuenti potrebbe essere messa sul piatto solo dopo il 2014, una volta che il pareggio di bilancio dovrebbe essere raggiunto.

Inoltre, dato che l’importo di questo fondo è tutto da scoprire, bisognerà vedere se le detrazioni fiscali potranno riguardare tutta la platea delle famiglie italiane o solamente quelle meno abbienti. Infine, sembra che il paventato taglio dell’aliquota più bassa dell’Irpef dal 23% al 20% sia alquanto utopico, dato che ogni punto percentuale in meno ha un costo superiore ai 4 miliardi di euro.



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