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RIFORMA FISCALE/ Bertone: ecco perché conviene sperare nell’Ue (non in Monti)

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Mario Monti (Foto Imagoeconomica)  Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Questo, per sommi capi, il provvedimento che deve offrire dignità ideologica al nuovo rapporto tra gli italiani e il fisco. Un patto sociale basato sulla sempre minor tolleranza sociale verso l’evasione, oggetto di spot governativi (chissà a qual prezzo). Non è la prima volta che lo Stato ci prova. Forse è la prima volta che i frutti della lotta all’evasione vengono destinati ad alleviare il peso dei contribuenti più deboli, invece che finanziare nuove spese con improbabili tesoretti. Ma è una novità virtuale: quando mai la lotta all’evasione ha prodotto entrate così consistenti?

Certo, non siamo nelle condizioni della Grecia, ove su 2,6 miliardi di multe fiscali comminate nel biennio 2010-2011 sono stati incassati in effetti solo 80 milioni. Ma anche nel Bel Paese, le cifre sbandierate nei comunicati stampa sono ben diverse dalle somme effettivamente riscosse. In ogni caso è arduo parlare di rivoluzione fiscale. Per questo occorre rivolgersi all’Europa.

Già, perché nel vertice del 1° marzo, l’agenda prevede un piano di battaglia per rivedere la mappa delle entrate: “Eliminare ogni esenzione non giustificata; allargare la base imponibile; ridurre la pressione sul lavoro; migliorare il sistema di raccolta delle gabelle; stringere sull’evasione”.

Per la prima volta, la materia fiscale, gelosamente custodita dai governi (la tremontiana Italia in testa) diventa oggetto di gestione europea alla luce del “fiscal compact”. E, più ancora, diventa il vero banco di prova della credibilità italiana. Il resto sono solo chiacchiere.



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