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FIAT/ Cosa c'è dietro la retromarcia "americana" di Marchionne?

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica) Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Quali stabilimenti chiuderà se si avvereranno i presagi peggiori? Marchionne non ha precisato quali, ma si può escludere Atessa dove si fanno veicoli commerciali e Melfi, il centro riconosciuto più efficiente anche da un osservatore come Mucchetti. I maggiori indiziati restano Pomigliano d’Arco, Mirafiori (che produce un quinto del necessario a stare in equilibrio) e Cassino (tanti robot, ma modelli non sempre di successo). Proprio quelli dove il pensiero all’americana di Marchionne si è tradotto, o si sta traducendo, in realtà.

Ma la sortita del capo azienda della Fiat avrà riverberi anche nella successione in corso alla presidenza di Confindustria. Alberto Bombassei, patron di Brembo, appoggiato da Marchionne nella corsa alla successione a Emma Marcegaglia, non potrà non avere effetti negativi dall’esternazione di Marchionne. Già l’amministratore delegato della Fiat non riscuote troppi consensi tra gli imprenditori italiani, almeno nelle dichiarazioni pubbliche. E ora con l’intervista al Corriere chi - come il candidato Giorgio Squinzi di Mapei - non ha mai speso parole di elogio o almeno di condivisione per le idee di Marchionne potrà affermare: ci ha dato lezioni di relazioni industriali all’americana, e ora nonostante gli accordi aziendali della Fiat firmati a sua immagine e indicati come un modello di innovazione e prosperità ci dice che è pronto a chiudere altri due stabilimenti in Italia.

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