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ICI E CHIESA/ L'esperto: vi spiego l'equivoco che "strangola" il non profit

Pubblicazione:lunedì 27 febbraio 2012

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

«Sotto il punto di vista istituzionale e di sistema la decisione del governo di mettere fine all’esenzione Imu per gli enti ecclesiastici può essere anche accettata, ma sono necessari fin da subito importanti chiarimenti: troppo spesso si pensa che il no profit non debba avere alcun tipo di utile, ma non ci si rende conto che in questo modo non viene offerta nessuna speranza di dinamismo a questo tipo di attività, perché se non vengono investite risorse non può proprio esistere una logica di base di tipo aziendale e imprenditoriale». Giorgio Fiorentini, professore di Economia delle aziende dell’Ipas e dello SDA Bocconi, commenta così la decisione del governo di ridurre le esenzioni Imu (Ici) alla Chiesa, un provvedimento che potrebbe andare a  penalizzare il vero no profit, considerato attività commerciale nonostante reinvesti gli utili in nuove attività di tipo sociale.

Professore, qual è il problema di fondo?

Alla base c’è proprio un problema di conoscenza, non solo teorica ma anche giuridica. Se decidiamo che le imprese sociali non possono fare utili, allora significa vietare una reale capacità dinamica del no profit in tutto il sistema. Questo è una vera problematica, ed è chiaro che l’utile debba essere reinvestito: per fare un esempio, l’articolo 3 del decreto legislativo 155/2006 sull’impresa sociale "ex-lege", afferma proprio che “l'organizzazione che esercita un'impresa sociale destina gli utili e gli avanzi di gestione allo svolgimento dell'attività statutaria o ad incremento del patrimonio. A tale fine è vietata la distribuzione, anche in forma indiretta, di utili e avanzi di gestione”.

Qual è allora il nodo da sciogliere?

Il vero problema è che a sua volta il non profit non è in grado di dimostrare in modo puntuale qual è il suo reale valore economico. Per continuare ad appellarsi al fatto che esiste un grande valore sociale, il no profit deve anche poter dimostrare qual è il suo valore economico, principalmente attraverso il costo opportunità o costo di sostituzione, in cui il valore di un bene viene determinato con riferimento al costo che l’impresa deve sostenere per sostituire il bene in questione. Questa è una mancanza che il no profit ha ormai da tantissimo tempo, e la dimostrazione del suo valore è un fatto indispensabile, perché altrimenti stiamo analizzando solamente concetti teorici senza che ci sia un’evidenza quantitativa.

Quale potrebbe essere allora una soluzione?

Nell’ambito del bilancio sociale si potrebbe pensare a una traduzione in termini di valore economico delle proprie attività di tipo sociale, cosa già obbligatoria per certe imprese sociali "ex-lege". Tutti sanno che il no profit ha un grande valore, però dovremmo anche pensare a darne una quantificazione effettiva. Ritornando alla questione degli utili, invece, ricordo che i decreti attuativi del Dlgs 155/2006 dicono un’impresa sociale, per essere tale, deve avere un fatturato che per il 70% concerne le attività di scambio di beni e servizi di utilità sociale e di interesse generale. Questo è certamente importante, ma bisogna chiarire una volta per tutte la questione degli utili.  

Anche Gianfranco Polillo, sottosegretario all'Economia del governo Monti, ha detto in una recente intervista ad Avvenire che «il concetto è semplice ed è iscritto nei principi generali dell'ordinamento: paga l'Imu chi iscrive un utile in bilancio. Chi, insomma, lucra sull'attiva che svolge». Cosa ne pensa?


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