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FINANZA/ Dalla Bce l’ennesima pugnalata a famiglie e imprese

Pubblicazione:martedì 28 febbraio 2012

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Lo conferma a ilsussidiario.net Stefano Nardelli dell’ufficio stampa della Bce, secondo cui «esiste una lista di 7500 controparti della Bce: sono istituzioni finanziarie che devono rispondere a requisiti minimi di riserva attraverso i quali si garantiscono il diritto a partecipare alle operazioni di finanziamento. La Bce non discrimina: se si è nella lista e si hanno le carte in regole, l’accesso al finanziamento è garantito». Tanto più che già i numeri della prima asta, parlavano la lingua di una platea che si è allargata: «Normalmente le controparti che partecipano a operazioni di finanziamento sono circa 200, quindi le 523 dell’asta del 21 dicembre annoverano tra loro soggetti che non avevano mai usufruito dei programmi della Bce, pur avendone diritto».

Insomma, nessuno scandalo. Lo conferma Stefan Rolf, capo della divisione asset backed securitisation alla Volkswagen Financial Services, secondo cui «la competitività dell’asta Ltro è tale da renderla certamente parte di un mix di metodi di finanziamento», mentre Suki Mann, analista del credito a Societe Generale, ammette che «questa è ormai una fonte alternativa di finanziamento ed è molto a buon mercato, visto che poi alcune aziende useranno come collaterale prestiti al consumo». Di più, per Huw van Steenis, analista di Morgan Stanley a Londra, «visto che l’obiettivo esplicito dell’asta Ltro è di ridurre il credit crunch e far circolare di nuovo il credito, aiutare la gente a comprare un macchina potrebbe essere un uso legittimo del denaro della Bce».

Questione di punti di vista, per almeno un paio di motivi. Primo, per quanto riguarda proprio il settore automobilistico, il più attivo in tal senso e uno tra i più in crisi, va ricordato che dopo il tonfo del 2008, non solo i giganti a stelle e strisce ottennero linee di credito a garanzia statale come il programma Tarp, ma anche aziende francesi poterono godere di salvataggi diretti da parte dei governi, una via mascherata per eludere la violazione europea degli aiuti di Stato. Secondo, il denaro che queste aziende ottengono a tasso d’interesse bassissimo non si traduce in maggiore liquidità nel sistema, quindi in credito ad aziende e famiglie, ma in un “carry-trade industriale” a unico beneficio dell’azienda stessa (se vado in banca e ottengo un prestito, decido io dove impiegare quei soldi, mentre le finanziarie legate alle aziende indirizzano quei soldi solo verso i loro prodotti), la quale a fronte di collaterale scadente ottiene denaro per potenziare non solo nuovo credito al consumo verso nuovi clienti a tassi certamente più alti dell’1% che paga alla Bce, ma anche operazioni di ristrutturazione, potenziamento, fusione o partnership.

Inoltre, il fatto che soggetti dell’economia reale e non del credito intervengano direttamente nel campo del rischio di operazioni di rifinanziamento porterà con sé l’ulteriore espansione della categoria di collaterale offerta e accettata dalla Bce, abbassandone quindi lo standard e alimentando il rischio al rialzo della pressione inflazionistica nell’eurozona. Tutto perfettamente legale, ribadiamo. Ma discutibile e, a mio modo di vedere, scandaloso a fronte di una situazione generale come quella che stiamo vivendo. Anche perché, al netto di tabaccai che tra poco chiederanno licenze bancarie e diverranno controparti della Bce, anche i soldi a pioggia dell’asta di domani non andranno affatto ad aiutare famiglie e imprese.

A confermarlo ci hanno pensato le principali banche italiane che si metteranno in fila all’Eurotower a Societe Generale, che ha preparato lo studio e le tabelle che sono riportate qui sotto.

 

 


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