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ICI E CHIESA/ Bene i principi, ma occhio alle conseguenze

Pubblicazione:martedì 28 febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 28 febbraio 2012, 13.44

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Esatto. Il primo è lo svolgimento di un’attività di interesse generale; per cui non tutte le attività senza scopo di lucro sono, di per sé, meritevoli di agevolazione, ma lo sono soltanto quelle che con carattere di interesse generale. E l’educazione vi rientra certamente, insieme a molte altre.

Quale tipo di attività invece potrebbe non essere compresa?

L’attività associativa con finalità di ricreative. Pur potendo essere svolta senza scopo di lucro, può non avere i requisiti di interesse generale che sono molto più evidentemente propri di una scuola.

Insomma: tu - ente - fai del bene allo Stato, e lo Stato non ti fa pagare le tasse. A questo punto le chiedo: cosa vuol dire interesse generale?

Qui la questione si complica, perché sulla definizione di che cosa sia di interesse generale le posizioni - culturalmente e politicamente - sono molto diverse. Storicamente l’ordinamento italiano ha risolto il problema facendo coincidere le attività di interesse generale con le attività svolte in alcuni ambiti definiti dalla legge in modo espresso (ad es.: assistenza, educazione, cultura): chi opera in tali settori, svolge attività di interesse generale.

E il secondo criterio invece?

È quello della non distribuzione degli utili.

Sul quale si concentra prioritariamente l’azione del governo. Perché?

L’esperienza dimostra purtroppo che alcuni enti non profit sono, in realtà, degli enti lucrativi «camuffati» con lo scopo di evadere il fisco. La preoccupazione di evitare questi abusi giustifica il vincolo della non distribuzione degli utili. Il profitto, in questo modo, rimane nel circuito del soggetto che lo ha prodotto, a beneficio della sua attività e non dei suoi «proprietari». Di fronte al rischio di vestire una società di capitali da ente non profit per conseguire un profitto senza pagare le tasse, si vincola il profitto all’attività dell’ente. Mi pare essere questa la preoccupazione che ispira il governo.

Perché, secondo lei, il tema dell’esenzione Ici si trova nel dl liberalizzazioni?

La controversia sull’esenzione dall’Ici è stata impostata nei termini di una possibile violazione delle norme Ue che vietano gli aiuti di Stato, così considerando la disciplina previgente come contraddittoria con i principi europei in materia di concorrenza: se ci sono soggetti che hanno un trattamento fiscale preferenziale rispetto ai loro concorrenti, vuol dire che lo Stato li sussidia in violazione delle regole sulla concorrenza. Se si imposta la questione in questi termini, la collocazione della norma in un provvedimento diretto a favorire la concorrenza trova facilmente una spiegazione.

È la sola possibile?



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