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ICI E CHIESA/ Bene i principi, ma occhio alle conseguenze

Pubblicazione:martedì 28 febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 28 febbraio 2012, 13.44

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

ICI E CHIESA - Ieri, in commissione Industria del Senato, Mario Monti è tornato sul tema dell’Imu per tentare di placare le polemiche che si sono scatenate in questi giorni. Il premier ha inteso dare una risposta «chiara e inequivoca» alle accuse di voler stangare i beni immobili della Chiesa, mettendo in difficoltà le migliaia di scuole paritarie che già ora faticano a far quadrare i bilanci. Le scuole che «svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali» saranno esenti dall’Imu, ha detto il capo del Governo. Rassicurazioni in questo senso erano già venute dal ministro Passera, che aveva detto di voler fare «molta attenzione» al non profit. Sul senso delle parole di Monti interviene Andrea Perrone, docente di diritto commerciale nell’Università Cattolica di Milano.

Saranno esenti dall’Imu le scuole «che svolgono la propria attività in modo concretamente non commerciale» ha detto Monti ieri in Commissione. Ci può dire quando una scuola svolge invece una attività commerciale?

Lo fa quando svolge la propria attività con scopo di lucro, cioè quando gli utili e gli avanzi di gestione sono destinati ai “proprietari” della scuola, incrementandone il reddito. Quando invece gli utili non sono distribuiti e sono, al contrario, reinvestiti, non si ha attività commerciale. Ottenendo, quindi, l’esenzione.

Dove si fonda la dichiarazione di Monti?

La giustificazione del mancato pagamento di un’imposta può essere individuata nel fatto che l’attività è svolta senza scopo di lucro, nel fatto che è rivolta a fini di interesse generale o nella presenza di entrambe queste condizioni. Alcuni ritengono che lo svolgimento di un’attività di interesse generale possa giustificare da sola l’esenzione. Monti, invece, ha precisato che occorre anche, come ulteriore requisito, l’assenza dello scopo di lucro.

Una cooperativa sociale oggi non paga l’Imu. Ma se il criterio ispiratore è che paga l’Imu chi iscrive utili a bilancio, cosa farà un ente non profit che svolge un’attività capace di generare un profitto?

Che un soggetto nello svolgimento di un’attività economica generi un profitto non è di per sé un problema, anzi è auspicabile. La vera questione è chi si appropria del profitto. Nelle società il profitto è distribuito tra i soci, negli enti senza scopo di lucro è reinvestito nell’attività svolta. Come dicevo, unitamente al fatto che l’attività abbia carattere di interesse generale, il vincolo di non distribuzione degli utili giustifica un particolare trattamento fiscale. Dunque, se una cooperativa sociale svolge un’attività di impresa per finalità di interesse generale, il fatto che non distribuisca gli utili giustifica l’esenzione. Lo stesso vale per una fondazione che gestisce una scuola.


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