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ICI E CHIESA/ Bene i principi, ma occhio alle conseguenze

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Personalmente penso che, come spesso accade in queste situazioni, si sia colta l’occasione del provvedimento sulle liberalizzazioni per sciogliere una serie di nodi politicamente rilevanti. Il tema dell’Ici, culturalmente controverso e «sensibile», era sul tavolo; per risolverlo si è colta al volo l’opportunità offerta dal decreto sulle liberalizzazioni. Se a tutto questo si aggiunge che veniamo da una disciplina con un margine di interpretazione sufficientemente lasco, si hanno tutti gli elementi per capire la vicenda.

Ma alla fine lei come giudica le intenzioni del governo?

Il punto di equilibrio che mi sembra sia stato raggiunto tiene insieme due esigenze: la prima è quella di riconoscere la valenza di interesse generale di un servizio prestato da soggetti privati, in una logica di sussidiarietà; la seconda è quella di evitare abusi. E il tema del beneficio solo per i soggetti che non distribuiscono gli utili si può facilmente spiegare da quest’ultimo punto di vista. Dopodiché, occorre verificare se le implicazioni concrete di questa scelta - benché non volute in via di principio - nella realtà non finiscano per pregiudicare l’effettiva possibilità di svolgimento di attività di interesse generale.

E questo è un altro capitolo.

Sì, prettamente politico. In altri termini, l’equilibrio realizzato dalla norma è molto sensato. Se, però, la sua applicazione genera dei costi che fanno chiudere - per esempio - il 50 per cento delle scuole paritarie, occorre domandarsi quali ulteriori soluzioni debbano essere individuate per consentire che, in concreto, gli enti non profit possano continuare a svolgere un’attività espressamente riconosciuta come di interesse generale.

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