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GEOFINANZA/ Grecia, Messico e Corea: le "bombe" che fanno vacillare l’Europa

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Tanto più che i precedenti non mancano. Quando nel 1987 scoppiò la crisi del debito messicano, da Città del Messico si tentò, dapprima, un’impossibile procedura fallimentare (non esiste un diritto commerciale internazionale che regola i fallimenti di Stati) e, successivamente, una maxi-operazione di salvataggio, poiché l’insolvenza avrebbe travolto il fior fiore delle grandi banche americane. Altri Stati dell’America Latina, prima, e di altri continenti, poi, si accodarono sino a giungere a una soluzione articolata su flessibilità dei cambi - in certi casi ritorno all’inconvertibilità - e programmi di insolvenze pilotate con i “Brady Bonds” e altri strumenti. Dieci anni dopo, vicende analoghe ci furono con lo scoppio della bomba del debito della Corea del Sud - da locale la crisi divenne “asiatica”, con cambi fluttuanti e quant’altro.

In un’unione monetaria imperfetta e traballante come quella europea, ciò vorrebbe dire intonare il “Requiem”, sempre che non si faccia ricorso a proposte astute, come quella di André Cabanne, di avere un sistema duale: monete nazionali per la transazioni interne e l’euro per quelle con il resto dell’eurozona e del mondo. In effetti, dell’unione monetaria tanto cara a Delors, Ciampi e altri resterebbe ben poco: un capitolo nei libri di storia economica.

L’alternativa consisterebbe nel fare un doppio salto mortale con capriola: correre all’unione politica (andando ben al di là del Fiscal Compact) e definire trasferimenti di lungo periodo dalle aree ad alto reddito a quelle in ritardo di sviluppo. Come in Italia si fa da sempre nei confronti del Mezzogiorno e in Francia (per la Corsica e l’Auvergne) in base e meccanismi democratici.

Con lingue, culture e secoli di storia differenti, è l’Europa pronta a farlo? C’è da dubitarne.



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