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ARTICOLO 18/ Sapelli: tutte le "bugie" di Monti

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Mario Monti ed Elsa Fornero (Infophoto)  Mario Monti ed Elsa Fornero (Infophoto)

La discussione sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori diventa incandescente e come sempre la profondità delle affermazioni fatte in proposito, a cominciare dalle battute di chi dovrebbe invece dare un esempio di sobrietà, è direttamente proporzionale al gradiente di concetto presente nel pensiero, come insegna il vecchissimo Hegel, lavoratore dell’intelletto a tempo indeterminato in una vetusta università.

Due parole d’introduzione su una riflessione richiesta da giovani amici. La legge del 20 maggio 1970 aveva questo titolo: “Norme sulla tutela e sulla libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Uno dei più grandi giuristi del lavoro, maestro di vita e amico carissimo, Gino Giugni, era l’ispiratore della legge. Che fu promulgata non senza conflitti all’interno dello stesso movimento sindacale. Io avevo i pantaloni ancora corti e non ne comprendevo sino in fondo i motivi, ma ricordo bene ciò che disse in proposito Bruno Storti, segretario generale della Cisl, che pure poi si schierò con la legge: “Il nostro Statuto è il contratto”, a significare che anche tra il sindacato a cui si affiancava Gino Giugni (egli aveva, per i tipi della Edizioni Lavoro, tradotto e introdotto Perlman, teorico principe del sindacalismo nordamericano) le perplessità nei confronti di una legge che normasse i diritti e i doveri sindacali erano forti.

La spinta venne dall’autunno caldo e dal vento travolgente che in quegli anni si determinò, a parer mio, più nefastamente che positivamente (ma su questo punto sono in netta minoranza - si sarebbe detto un tempo). Ma resta la sostanza dell’articolo 18, che nacque in primo luogo, non mi stanco mai di ricordarlo, per evitare per legge - di qui le perplessità - la discriminazione dei lavoratori attivisti sindacali, tanto della Cgil, quanto delle federazioni più combattive della Cisl, a partire dalla Fim. Del resto, non erano passati molti anni dal suicidio di alcuni lavoratori torinesi, i quali, dopo essere stati licenziati dalla Fiat perché avevano firmato per l’elezione dei seggi sindacali delle rappresentanze di categoria, s’erano tolti la vita dopo aver compiuto un atto che altro non era che eroico, nel clima di repressione e di discriminazione sociale e politica che la Fiat aveva imposto a Torino.

Il fatto che, in seguito, l’articolo 18 sia divenuto uno strumento di tutela del lavoratore tramite il ricorso alla magistratura del lavoro anche in caso di crisi aziendale, ossia per motivi eminentemente economici, costringendo al reintegro, lo si deve più all’eterogenesi dei fini del diritto in mano ai giudici che allo spirito della legge. Quando lo spirito della legge non lo si rispetta, esso, come sapeva bene Montesquieu, si ribella generando effetti contro-intuitivi, come è accaduto in Italia. In ogni caso, quell’articolo non è un’eccezione: in Germania e in Francia, pur con declinazioni diverse, la legge obbliga al risarcimento economico in caso di licenziamento illegittimo o al reintegro, purché una delle due parti non s’opponga.



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COMMENTI
11/02/2012 - Raccomandazioni (Mariano Belli)

"gli imprenditori non hanno nessuna voglia di licenziare i loro dipendenti e coloro che sono costretti a farlo per ragioni di sopravvivenza dell’impresa, nella stragrande maggioranza, entrano in una crisi di coscienza e di autostima terribile" Questo è vero in molti casi per le piccole aziende, purtroppo non è vero per le grandi aziende, dove i capi del personale non si fanno alcuno scrupolo a licenziare, e dove le prevaricazioni e le raccomandazioni sono prassi costante. Tutti infatti dimenticano che siamo il paese delle caste, dove la raccomandazione clientelare prevale sul merito....la cancellazione dell'art.18 renderà il fenomeno ancor più odioso

 
07/02/2012 - Fuori dalle aule universitarie (Moeller Martin)

Fuori dalle aule universitarie, nel mondo reale, il problema dell'articolo 18 non è la difesa del lavoratore in caso di crisi, ma la difesa ad oltranza dei fannulloni, mortificando sul nascere ogni sforzo di migliorare la produttività. E senza produttività le aziende faticano a crescere ed a tenere il passo con i concorrenti, condannate al declino. Nel mondo reale lavorare stanca, richiede impegno e fatica, e non bastano le favolette del nuovo ordine socio-economico, peraltro ispirato a modelli il cui fallimento è stato certificato dalla storia. Penose poi le menzogne per accomunare il sistema italiano a quello tedesco. Innanzi tutto nella legislazione tedesca i contratti sindacali non hanno valenza di legge e le imprese sono libere di scegliere se assumere in base ai contratti di lavoro sindacali o meno. Inoltre esitono i licenziamenti per motivi disciplinari, nelle quali rientra pure il fannullone in quanto non esegue le mansioni affidate nel modo dovuto. Trattandosi di norma di licenziamenti in tronco, viene corrisposto il mancato preavviso (tipicamente 30/45 giorni) a cui aggiungere qualora il licenziamento venga impugnato con successo, due o tre mensilità a titolo di indennità. Personalmente ho licenziato in Germania un solo dipendente: mi è costato 30 giorni di preavviso ed ho vinto la causa. Un sogno in Italia. Poverini, perché prendersela con i fannulloni, sono persone anche loro?

 
07/02/2012 - art.18 (Vincenzo Lo Gullo)

Niente di più falso e mai accaduto. Mai una legge di tutela dei lavoratori ha costituito un ostacolo alla crescita economica. Nella consapevolezza della falsità, l'ex ministro,Brunetta, non ha mai dimostrato,con dati veritieri, che l'art.18 effettivamente annulla i licenziamenti, atteso che, ogni anno si registrano migliaia di licenziamenti di lavoratori tutelati dal famigerato art.18. La verità è che qualcuno vorrebbe togliere ai giudici del lavoro, la competenza a decidere su questioni di diritto, non potendosi, in nessun modo negare come i contratti di lavoro al pari di qualsiasi contratto, producono effetti giuridici che vanno tutelati nelle sedi giudiziari. pensare al contrario, significherebbe violare la costituzione, le leggi, le norme di tutela, i contratti, ecc. Fare in modo di legittimare le discriminazioni nei confronti dei lavoratori, e delle famiglie non dimendicando che simili compartamenti ricadrebbero inesorabilmente sui bambini inconsci dei vizi capitali delle bestie umane.