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GEOFINANZA/ Grecia, un fallimento che fa gola anche alla Germania

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Cosa spiega, quindi, un’inflazione comunque così alta? Per il professor Giacomo Vaciago dell’Università Cattolica di Milano, quella che scontiamo «è puramente inflazione importata, ovvero dovuta all’aumento dei costi delle materie prime e dei beni d’importazione in un contesto, come quello attuale, già di moderata recessione. Non essendoci aumento né dei consumi, né della massa monetaria circolante, non esistono altre spiegazioni. Stiamo, ahimè, subendo un ciclo economico che non ci vede protagonisti, bensì vittime di dinamiche non interne. C’è poca propensione alla spesa, questo spiega la contrazione della massa monetaria: anche chi ha denaro tende a non spendere, perché il pessimismo in circolazione è molto maggiore rispetto a quanto sia giustificabile».

Alla luce di questa situazione, prende quindi corpo il dibattito sulla Bce e sulla sua politica monetaria che qualcuno vorrebbe espansiva come quella operata da Fed o Bank of England, quest’ultima protagonista di due robuste iniezioni di liquidità reale nel sistema - una prima da 200 miliardi di sterline e una seconda, sul finire dello scorso anno, di ulteriori 75 miliardi - a fronte di un’inflazione sì alta, ma in continua diminuzione: dal 5% di ottobre è già scesa al 4,2% di dicembre, con previsioni di ulteriore abbassamento nel corso dell’anno. Questa è l’inflazione “buona”, quella dovuta a massa monetaria e consumi, la stessa che per Paul Krugman sarebbe l’unica ricetta per l’eurozona al fine di uscire dalla crisi in atto, ovvero tramutando la Bce in prestatore di ultima istanza, capace di dar vita a politiche espansive, incubo però di ogni tedesco che porta nel suo Dna il ricordo di Weimar e dell’iperinflazione che spalancò la strada al Terzo Reich.

Tanto più che in un contesto recessivo per la crescita come quello che stiamo per affrontare, alcuni critici rigoristi pensano che il rischio potrebbe essere quello della deflazione o della stagflazione in stile anni Settanta, ovvero quel combinato di inflazione alta e stagnazione che fece vacillare le teorie keynesiane di politica espansiva dell’economia. Ma al netto di Friedman e delle sue critiche, oggi come oggi appare forse meglio rischiare la trappola della deflazione che morire di inflazione importata a crescita zero: questo, a mio avviso, il grande dilemma che Mario Draghi si troverà di fronte in tempi molto brevi.

L’altro caso, tanto per non farmi dire che evito l’argomento, è quello greco. La Bce subirà o no l’haircut obbligazionario, ammesso e non concesso che questo ci sarà? Non facendolo, infatti, tramuterà immediatamente in subordinato non solo il debito greco, ma tutti i debiti sovrani che ha in pancia, un qualcosa di poco piacevole in una stagione di aste come questa. Facendolo, perderà invece circa 20 miliardi di euro e lo status di creditore privilegiato, ma potrebbe, a questo punto, forzare la mano sugli eurobond. Altra grossa decisione per Draghi, epocale direi. Il problema è che, forse, all’haircut non si arriverà mai, perché la Grecia fallirà prima.

Ieri anche l’Ue, a fronte dello stallo nelle trattative tra governo ellenico, troika e partiti politici che reggono il governo Papademos sulle nuove misure di austerity, ha aperto per la prima volta a questa ipotesi. Ma si è preso (o, forse, perso) altro tempo, rimandando a oggi la nuova tornata di colloqui tra premier e leader politici, spostando di ulteriori 48 ore la deadline imposta dall’Ue per giungere a un accordo da ratificare in un Eurogruppo straordinario. Non sanno come uscirne, a Bruxelles. Io un’idea ce l’ho, invece.

Partiamo da qualche numero e considerazione. Dal 2009 a oggi, i greci hanno tolto dai loro conti corrente 65 miliardi di euro, dati ufficiali comunicati venerdì scorso al Parlamento dal ministro delle Finanze, Evangelos Venizelos: «Di questo totale, 16 miliardi sono stati portati legalmente all’estero», ha confermato. E il resto? Nei materassi, nelle intercapedini oppure in Germania e Svizzera trasportati nei doppifondi dei bagagliai delle automobili: ovunque siano e comunque ci siano arrivati, rappresentano il 20% del Pil ellenico! «Il caso greco è senza speranza», sentenziava nel fine settimana Otmar Issing, membro del consiglio esecutivo della Bundesbank e di quello di governance della Bce: peccato che legalmente non sia possibile cacciare la Grecia dall’eurozona, nonostante un sondaggio della Emnid confermasse che il 53% dei tedeschi sia favorevole a questa soluzione (di più, il sondaggio rivela anche che l’80% dei tedeschi si oppone a rilasciare nuovi aiuti alla Grecia senza riforme aggiuntive).


COMMENTI
07/02/2012 - nuovi scenari (francesco taddei)

io credo che i prossimi 20 anni dell'economia greca saranno la base per i prossimi 50 anni dell'eurozona. una grecia che con bilanci saldi riuscisse a risollevarsi farebbe capire agli stati europei che dei diktat della germania se ne può fare a meno.