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GEOFINANZA/ Grecia, un fallimento che fa gola anche alla Germania

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Che fare, quindi? Ciò che si è fatto, ovvero mettere i politici greci di fronte a un’unica alternativa: o si implementano le riforme in base ai diktat non emendabili della troika oppure niente aiuto finanziario. In questo modo, l’idea è quella che sia la Grecia a decidere il proprio destino. E senza soldi, non si può onorare la scadenza obbligazionaria del 20 marzo per qualcosa come 14,4 miliardi di euro e si va in bancarotta. A quel punto, nessuna ipotesi appare esclusa dal tavolo negoziale. Lo ha detto chiaro, sempre venerdì, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, secondo cui «la Grecia deve implementare le misure e le riforme concordate e, ovviamente, tutti i partiti politici devono accettare queste misure». Diktat, puro e semplice.

E quanto il default siano ormai nei fatti, con annessa uscita di Atene dall’eurozona, lo dimostra la metamorfosi di molti politici greci di lungo corso, in primo luogo l’ex premier, George Papandreou, che nel fine settimana, parlando ai deputati del Pasok, ha detto chiaro e tondo che la coalizione che regge il governo Papademos dovrebbe restare in carica fino al 2013, scadenza naturale della legislatura ed evitare elezioni anticipate (lo stesso Papademos aveva minacciato di dimettersi se i partiti non avessero accettato il piano di riforme richiesto dalla troika). Scenario classico: il tecnico Papademos gestisce default e ritorno alla dracma, mentre i Papandreou di turno attendono il caos per risorgere come vergini dal mare.

Il riposizionamento della vecchia politica ellenica, quella che ha portato Atene a questa situazione, è già iniziato: il default, quindi, è ipotecato. Inoltre, la sete di denaro della Grecia e dei suoi politici non è affatto stata prosciugata. Lo dimostra il fatto che il secondo piano di salvataggio, quello condizionato alle riforme e allo swap sul debito, sia già stato definito insufficiente, quindi dai 130 miliardi iniziali, si è già passati a 145. Perché? Per l’aggravarsi della condizione economica macro? Non solo. La troika, nei mesi, ha sì imposto tagli di budget e aumenti delle imposte, ma il Parlamento greci non ha mai recepito in pieno queste richieste. o, peggio, i ministri non le hanno eseguite e fatte eseguire. D’altronde, con le molotov che illuminano le strade, anche i tecnici sono un po’ meno tecnici e più umani.

Qualche esempio? Pronti. Nel 2011, il sistema sanitario nazionale greco ha speso 4,1 miliardi di euro (2% del Pil) in farmaci, nonostante la troika avesse fissato un budget di 3,8 miliardi di euro. Che fare, quindi? Tagliare i farmaci o forzare un abbassamento dei prezzi dei farmaci da parte delle case produttrici. Invece, giovedì scorso il ministro della Sanità, Andreas Loverdos, ha assicurato nel corso di un’audizione con i rappresentanti delle aziende farmaceutiche che il budget per il nuovo anno sarà di 3,1 miliardi, a fronte dei 2,1 miliardi previsti dal piano della troika: «Cercherò io un compromesso», ha garantito. Con atteggiamenti simili, oltretutto da parte di tecnici senza necessità di rielezioni, il default appare l’unica via d’uscita.

Molti dati macro, inoltre, lo rendono quasi “favorevole” per Atene. Il deficit di budget nel 2011 ha sì superato il tetto del 9% imposto dalla troika, ma, grazie all’odiata tassa patrimoniale imposta lo scorso settembre e che ha garantito entrate per 2 miliardi di euro supplementari, non ha sfondato il tetto tanto temuto del 9,5%. Ma se il prezzo dei carburanti è raddoppiato nel 2011, così come le denunce per fatti criminali, non tutti i numeri greci parlano di crisi. Lo scorso hanno il settore del turismo ha conosciuto un record, con 16,5 milioni di turisti, il 10% in più del 2010, numero in grado di garantire un 1% in più al Pil, stando ai dati dell’Association of Greek Tourism Companies (Sete). Inoltre, per quest’anno è atteso un altro aumento record, spinto dal turismo russo, cresciuto dell’88% lo scorso anno e capace di compensare alla grande il calo di turisti europei: l’ammorbidimento della politica sui visti d’ingresso si è rivelata un volano.

E la Sete ha le idee chiare, visto che un suo studio rispetto a un’uscita del Paese dall’eurozona ha concluso che un ritorno alla dracma trasformerebbe la Grecia nella mecca globale del turismo per tutte le fasce di budget e il settore conoscerebbe un boom stratosferico. Un paradiso a prezzo di saldo, il quale oggi appare più un inferno di disperazione sponsorizzato dalla troika, con i suicidi saliti del 22%.

Signori, la Grecia è fallita. Ufficialmente. Organizziamo un’uscita soft dall’eurozona, magari con un peg all’euro favorevole e si ristrutturi il debito, lasciando che la svalutazione della nuova dracma tamponi i danni causati dall’austerity a oltranza e dai politici incapaci. Berlino vuole questo, visto che le sue banche hanno scaricato tutti i bonds a scadenza breve che avevano in pancia. La pressoché totale indifferenza dei mercati, azionario e obbligazionario, verso Atene registrata ieri parla la lingua di una bancarotta già prezzata dai trading books: pensiamo al Portogallo, piuttosto, blocchiamo il contagio alla Spagna. Atene, ormai, non fa più parte dell’eurozona.

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COMMENTI
07/02/2012 - nuovi scenari (francesco taddei)

io credo che i prossimi 20 anni dell'economia greca saranno la base per i prossimi 50 anni dell'eurozona. una grecia che con bilanci saldi riuscisse a risollevarsi farebbe capire agli stati europei che dei diktat della germania se ne può fare a meno.