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ICI E CHIESA/ Tutto quello che giornali e politici non hanno capito

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Ricondurre le agevolazioni all’assenza di attività commerciale, corre il rischio di essere riduttivo per queste altre ragioni:

Esula dall’affrontare la questione, ben più ampia, di come in Italia si finanzi il non profit: gli enti pubblici pagano con ritardi che compromettono la possibilità di sostenibilità finanziaria – e in molti casi economica – degli enti; il regime delle agevolazioni legate alle erogazioni liberali è limitato e confuso; la possibilità di ricorrere a forme di marketing sociale – utilizzato in molti Paesi come forma stabile di finanziamento al non profit – è precluso da interpretazioni dell’Amministrazione finanziaria ad alcune importanti categorie, come le Onlus;

Esula dall’affrontare il tema dell’utilità sociale realizzata dagli enti non profit attraverso verifiche ex post sull’attività effettivamente realizzata e su quanto questa sia socialmente utile;

Esula dall’affrontare il nodo del ruolo del non profit nel sistema del welfare e del rapporto spesso poco virtuoso che viene allacciato con le pubbliche amministrazioni, che utilizzano queste realtà quali subfornitori di servizi pagati poco e tardi.

Perfino l’Europa per una volta non si limita a chiedere sacrifici, ma detta il passo nella scoperta e valorizzazione dell’imprenditoria sociale. Di recente, infatti, è stata presentata a Bruxelles la Comunicazione della Commissione Europea “Iniziativa per l’imprenditoria sociale” [COM (2011) 682 del 25.10.2011], che prelude a importanti interventi di valorizzazione del mondo del privato sociale come soggetto portatore di pubblica utilità.

La decisione se concedere o meno un’agevolazione deve muovere dalla considerazione circa la reale utilità di queste realtà, nonché del costo sociale che la loro assenza comporterebbe per il sistema.

Pare infatti assodato che se la pubblica amministrazione da sola dovesse sobbarcarsi il costo della rete sociale che – fitta e coesa – è tessuta in Italia dal non profit, i conti pubblici sarebbero messi assai peggio di quanto già non siano; ma soprattutto, la nostra società non sarebbe quello strano fenomeno – riconosciuto da tutti – che ha tenuto anche durante questa crisi.

Pertanto, ben venga l’estensione delle agevolazione alle scuole paritarie. Sarà, al contempo, interessante iniziare ad affrontare il tema – ben più ampio – di come possa essere fattivamente riconosciuta e sostenuta la pubblica utilità che in Italia è perseguita e realizzata dagli enti non profit.

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COMMENTI
02/03/2012 - Commerciali e no (Luigi Murtas)

In realtà anche la precedente normativa (sia pure a livello regolamentare) diceva chiaramente che le attività sono commerciali oppure no, non esistono terze vie. E il regolamento del 2009 del Ministero dell'Economia passava poi a dettagliare i criteri per stabilire cosa fosse o non commerciale, cosa avesse diritto all'esenzione o no. Questo vuol dire che anche se la norma di legge conteneva (e ancora contiene sino all'approvazione delle nuove) il famoso inciso "non esclusivamente", nessuno spazio era concesso alle c.d. "zone grigie", ossia attività commerciali mascherate da non profit. La clausola "non esclusivamente" serviva proprio - per quanto capisco - a ricomprendere nell'esenzione i casi citati nell'articolo (es. la scuola che reinveste a favore del servizio stesso gli utili eventuali). Ora la norma elimina l'inciso "non esclusivamente" per venire incontro alla Commissione europea aizzata dai radicali, ma la sostanza non cambia e i casi citati nell'articolo, che prima si chiamavano "attività non esclusivamente commerciali" d'ora in poi rientreranno sic et simpliciter fra le "attività non commerciali". Aggiungo che purtroppo l'inserimento nel dibattito di evidenti elementi di natura ideologica e pregiudizialmente antiecclesiale non aiutano ad affrontare con serenità l'argomento.

 
01/03/2012 - se questi sono i Professori ... (Antonio Servadio)

Seguo questo argomento giorno per giorno e sono allibito dalla superficialità di come si muove il governo. Non ho compreso quanto i recenti pasticcetti siano intenzionali, per ingraziarsi quell'elettorato -abbondante- che è contro la Chiesa "a priori", o quanto ciò sia addebitabile alla pochezza del metodo, alla scarsa cultura, ad un'attenzione sciatta e provinciale verso la Politica. Nella prima ipotesi sarebbe moralmente disdicevole, eticamente ripugnante, spazzatura politica (anche se non ci fosse di mezzo la Chiesa). Nella seconda ipotesi rabbrividisco al pensiero che questo sarebbe il governo "dei Professori". E' proprio vero che gli atenei sono la culla del pensiero ?