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LETTERA/ A che serve “liberalizzare” le banche?

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Tra l’altro, la manovra di cui si discute altera il meccanismo dei prezzi e internalizza nelle banche la funzione di redistribuzione del reddito, trasformandole in agenti fiscali: ovvio che i prodotti in perdita venduti ai pensionati a minor reddito saranno compensati da prezzi più elevati e maggiori profitti ottenuti da altri clienti. Le banche tasseranno alcuni soggetti per trasferire il loro reddito ad altri e lo faranno in modo molto poco trasparente (ma la trasparenza non era così importante?). Quali saranno infatti i soggetti che le banche “tasseranno” per favorire i pensionati? Azzardo: quelli più deboli e con minore potere contrattuale, cioè economicamente più deboli. Conclusione (provvisoria, per carità, le mie sono soltanto opinioni): meglio che la redistribuzione del reddito la faccia lo Stato, non le imprese.

Un’altra inquietante norma contenuta nel decreto liberalizzazioni è l’emendamento recentemente approvato a sorpresa, che sancisce la nullità di “tutte le clausole, comunque denominate, che prevedono commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido”. L’unico prezzo che la banca potrà utilizzare sarà il tasso di interesse sulle somme prestate.

Perché questa norma? In nome di cosa? Qui infatti la tutela di fasce di clientela svantaggiate non c’è. Penso che sia in nome della trasparenza. E rabbrividisco. Se nel caso precedente lo Stato chiedeva alle banche di sostituirsi a lui nella politica fiscale, qui è lui che si sostituisce alle banche nel fare la politica dei prezzi (così la confusione di ruoli è totale). È lo Stato che fa i prezzi, non su beni di prima necessità, non per favorire certe categorie sfavorite, non per scopi di calmieramento (non si entra infatti nel merito del livello dei prezzi, ma solo della loro articolazione). Si dispone che siano erogati a costo zero alcuni servizi, come la messa a disposizione di disponibilità monetarie, anche se non verranno utilizzate dall’impresa oppure l’erogazione di credito in eccesso a quello pattuito (sconfinamento).

La “garanzia” di eventuale futura erogazione dei fondi a discrezione dell’affidato è cosa ben diversa dall’erogazione dei fondi e, guarda caso, alla banca costa, in termini ad esempio di liquidità da predisporre. Anche lo sconfinamento aggrava i costi di liquidità per la banca (oltre a segnalare un aumento di rischio del debitore). Perché si impone a un’impresa di vendere due servizi e prestazioni distinte, anche se collegate, a un unico prezzo (il tasso di interesse sulle somme prestate)? Anche una bambola e i suoi vestitini e accessori sono prodotti collegati, ma i prezzi sono distinti. Perché si vuole rinunciare al meccanismo del prezzo come regolatore della domanda e dell’offerta di beni e servizi in funzione della loro scarsità relativa? In economia si dice che i prezzi aiutano, e molto, nella migliore allocazione delle risorse economiche.

Anche qui, l’inevitabile effetto sarà quello di un aumento del tasso di interesse, per coprire i costi di sconfinamento e di messa a disposizione dei fondi. E le imprese che non sconfinano o che utilizzano tutto il loro fido (quelle forse più virtuose) sovvenzioneranno, pagando tassi più alti, quelle che sconfinano e utilizzano poco il loro fido (quelle forse meno virtuose). A differenza dei conti correnti per pensionati, qui non vediamo nessuna utilità generale nell’attuare questa redistribuzione di reddito tra clienti.