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LETTERA/ A che serve “liberalizzare” le banche?

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Caro Direttore,

Parafrasando Mao-Tse tung, grande è la confusione nel nostro Paese. Sta facendo encomiabili sforzi per raddrizzare le proprie finanze pubbliche e ridare slancio alla competitività delle imprese, ma spesso dimostra di non avere le idee chiare né sull’uso della nostra pur bellissima lingua, né sui fondamenti che distinguono un’economia collettivista da un’economia di mercato. Ad esempio, è davvero buffo che si faccia rientrare tra le liberalizzazioni rivolte al settore bancario una manovra dirigistica di controllo dei prezzi (cioè di imposizione dei prezzi per legge).

All’interno del “decreto sulle liberalizzazioni”, tra le “misure per la concorrenza” (dolcissime parole) è prevista l’obbligatoria gratuità dei conti correnti per i pensionati fino a 1.500 euro al mese. Si impone a imprese private che hanno vincoli di equilibrio economico e (tendenzialmente) obiettivi di profitto, la gratuità di alcuni prodotti venduti. Con ciò facendo si limita senza giustificazione la libertà di impresa e si confondono funzioni di assistenza e redistribuzione del reddito, in capo allo Stato, con funzioni di produzione del reddito, in capo alle imprese.

La libertà di impresa, anche se abbastanza indigesta per la cultura economica del nostro Paese, va certo limitata, ma per finalità di interesse generale e non particolare. Così, ha senso imporre divieti ad attività inquinanti o illegali, a comportamenti discriminatori e di violazione dei diritti umani, a pratiche anti (anti!) competitive o di abuso di posizione dominante, ecc. Ha senso che i costi di tali comportamenti siano a carico delle imprese (sia il costo per adottare tecnologie non inquinanti, sia quello per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, sia le sanzioni subite per aver violato la legge).

Non ha senso, a mio parere, obbligare le imprese a favorire a proprie spese determinate categorie “svantaggiate”. Qualora l’impresa sia obbligata a sussidiarie tali categorie di persone, attraverso prezzi favorevoli o altri vincoli ai propri comportamenti (pensiamo alle riserve di posti di lavoro per personale invalido), il costo deve essere a carico della fiscalità generale e non a carico esclusivo dell’impresa (è per questo, analogamente, che non si tassa la famiglia per garantire la pensione di invalidità del proprio figlio; si tassa la collettività).

Applicando la logica che stiamo criticando a un altro settore dell’economia, dovremmo batterci per obbligare i supermercati a vendere gratuitamente ai pensionati con meno di 1.500 euro al mese determinati prodotti ritenuti indispensabili. Mi sembra, ribadisco, che il modo migliore per far fronte ai costi di questi e altri interventi a tutela degli interessi generali sia la fiscalità, secondo i migliori principi tributari (tassazione sul reddito, basata sulla capacità contributiva, progressiva, universale, ecc.). Naturalmente, sto parlando per linea di principio e le eccezioni possono esserci, ma devono essere attentamente valutate nei pro e nei contro. Perché i contro sono forse maggiori di quanto si pensi.


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