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ADDIZIONALI IRPEF E IMU/ L’esperto: così il federalismo aumenta le tasse degli italiani

Pubblicazione:lunedì 12 marzo 2012

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La cosiddetta stangata, per i contribuenti, si compone di svariati balzelli; tra questi, ve ne sono alcuni particolarmente odiosi perché diretti e, dunque, distintamente identificabili: si tratta, in particolare, dell’Imu e delle addizionali Irpef, regionali e comunali (il cui peso è già evidente nella busta paga di marzo). Le misure introdotte dal governo Monti determineranno una maggiorazione pari a, mediamente, il 150% rispetto alla situazione precedente. Nel dettaglio, l’aliquota dell’addizionale regionale, applicata al reddito imponibile, è stata fissata allo 0,9%, con la facoltà per le Regioni di elevarla fino all’1,4%, percentuale obbligatoria per quelle amministrazioni che presentano un bilancio in disavanzo; l’aliquota dell’addizionale comunale, invece, può essere al massimo dello 0,8%, con una maggiorazione obbligatoria dello 0,3% per quei Comuni che non hanno rispettato il Patto di stabilità. L’Imposta municipale unica, infine, potrà variare dallo 0,2% allo 0,6% sulla prima casa e dallo 0,46% all’1,06% sulle altre proprietà. Ebbene, come se non bastasse, al danno si aggiunge la beffa. Si, perché i nuovi provvedimenti tributari erano stati motivati, in principio, da ragioni di federalismo fiscale. «Siccome l’emergenza consisteva nel risanare le finanze pubbliche, è stato piegato a questa finalità. Diciamo che il federalismo è capitato nel momento peggiore», spiega, raggiunto da ilSussidiario.net Carlo Buratti, professore di Scienza delle finanze presso l’Università di Padova. Ma non è tutto: «Abbiamo un Patto di stabilità interna che obbliga anche i comuni virtuosi a migliorare di anno in anno i propri saldi. Il che gli lega le mani. Spesso, infatti, dispongono di risorse che non possono spendere con evidenti ricadute negative».

Anche in questo caso, l’autonomia territoriale è stata umiliata. «Il Patto, in termini di federalismo impedisce la capacità di autodeterminazione degli enti locali; ovvero: gli strumenti fiscali impositivi a livello locale hanno senso quando l’amministrazione è libera di decidere quanto e come tassare e come spendere». Al contrario, se i saldi finanziari vanno continuamente migliorati, il volume di spesa resta decisamente vincolato. «Capita spesso che i Comuni abbiamo avviato degli investimenti e, pur avendo i soldi in cassa, non possano portarli a termine. O che non possano pagare i fornitori. Ci sono degli imprenditori costretti a chiudere perché non sono in grado di pagare i dipendenti, mentre le banche non prestano loro denaro, nonostante sanno che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione». Il patto, purtroppo, deve essere obbligatoriamente rispettato. «Non farlo - continua - comporta sanzioni europee. Nei confronti dell’Europa, infatti, tutte le amministrazioni pubbliche - la somma di quelle centrali, di quelle locali e gli enti di previdenza - hanno un tale obbligo. Tuttavia, potrebbe essere rispettato modificando le regole interne in maniera ragionevole». 


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