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LETTERA/ Professioni, perché il Governo punta verso le società di capitali?

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Queste preoccupazioni debbono avere persuaso il Ministero della giustizia a formulare degli emendamenti che poi ha fatto propri la Commissione industria del Senato. Questa infatti la sede referente dei lavori di conversione del “Cresci-Italia”: un altro grave limite della modalità di legiferare per decreto legge, giacché non solo i lavori parlamentari si comprimono  senza una sostanziale vera istruttoria legislativa, ma anche il procedimento si radica presso una sede diversa da quella sua propria (nel caso, la commissione giustizia), “attratto” dalla ratio generale di tipo economico. La correzione punta alla governance della società di capitali per l’esercizio professionale: “il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci”.

Il testo sembra peraltro non escludere che uno statuto societario possa prevedere un socio di capitale all’80%, o per assurdo al 99%, purché i suoi diritti di voto siano sterilizzati in modo da non “pesare” più di un terzo. Non è dato sapere se era proprio questo l’obiettivo di chi ha scritto la norma. Certo è che appare difficile pensare a un professionista libero e indipendente in una struttura del genere. Al di là degli equilibri formali negli organi direttivi, è difficile immaginare un cda (pur con avvocati in maggioranza) che decida di promuovere o rinunciare ad un appello, di intentare o meno una class action, di accettare o meno un cliente senza ascoltare la “voce del padrone” (F. Battiato).

La governance non risolve tutti i problemi, e soprattutto non colma i deficit di una disciplina lacunosa: che nulla dice sulla garanzia che l’incarico professionale sia effettivamente svolto dal socio o dai soci in possesso dei requisiti professionali necessari e delle effettive capacità, sulla possibilità di scelta del professionista da parte del cliente, sulla sorte del socio colpito magari da radiazione, che potrebbe magari ricomparire come socio non professionista, sulla denominazione sociale e sul regime di iscrizione negli albi professionali, sulla responsabilità disciplinare della società stessa, che postulerebbe sanzioni specifiche, magari pecuniarie, per avere un minimo di presa. E soprattutto sul regime fiscale, vero nodo sul quale si sono probabilmente impantanate le Stp del d. lgsl. 96/2001.

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