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Economia e Finanza

LETTERA/ Professioni, perché il Governo punta verso le società di capitali?

Per quel che riguarda l’esercizio delle professioni, il governo ha previsto anche la costituzione di società tra i professionisti. Il commento al riguardo di GIUSEPPE COLAVITTI

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“È difficile passare dal medioevo alla cyber age con poche righe, peraltro scritte male”. Così un noto avvocato di un grande studio legale internazionale si è riferito alle novità di questi ultime settimane in tema di società tra professionisti. È difficile non dargli ragione. Quella che è probabilmente la più rilevante trasformazione del modo di esercitare una libera professione passa per poche righe aggiunte all’art. 10 della legge di stabilità (legge 183/2011) varata in tre giorni dal Parlamento italiano a novembre, poche ore prima della crisi di Governo, sotto l’assedio dei mercati impazziti. E per altre poche righe inserite nella legge di conversione del decreto legge “Cresci Italia”, il n. 1/2012, il cui articolo 9 ritorna, per l’ennesima volta da agosto a oggi, sulla disciplina delle professioni modificando la normativa base del peculiare processo di delegificazione avviato con il decreto legge 138/2011 (cd. manovra di agosto).

Il coro unanime delle rappresentanze professionali aveva infatti chiesto al Ministro Severino una urgente riflessione sull'insufficienza della disciplina varata con la legge stabilità, con particolare riguardo al problema del socio di capitale e alla preoccupazione di minare la condizione di indipendenza e autonomia nello svolgimento di prestazioni d’opera intellettuali che (ancora) presidia all’esercizio delle (appunto) “libere” professioni. Questo è il vero nodo: se una società di persone limitata ai soci professionisti appare come una naturale evoluzione dei modelli di esercizio in comune delle professioni che anche la nostra tradizione giuridica ha coltivato, una società di capitali con la presenza di soci “di investimento” pone in crisi il dogma della personalità della prestazione professionale e a ben vedere lo stesso canone costituzionale della necessità dell’esame di abilitazione (art. 34 Cost.), come ebbe modo di dire qualche anno fa il Consiglio di Stato.

L’ingresso di soci di capitale - oltretutto senza limiti e in totale assenza di una cornice normativa precisa in ordine a profili essenziali come regime delle responsabilità dei soci e verso i terzi, ragione sociale, bilancio, subentro di nuovi soci, amministrazione, compensi, conflitto di interessi e incompatibilità - è apparso a molti come un’accelerazione dovuta più alla componente ideologica e simbolica che da qualche tempo attraversa il dibattito, più che a una scelta meditata, frutto di un serio approfondimento scientifico.